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	<title>Kronaka.it &#187; Alberto Stasi</title>
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	<description>Le storie. Il blog di Stefano Nazzi</description>
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		<title>Garlasco, una brutta storia che sembra non avere soluzione (Alberto Stasi è stato assolto anche in appello)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 17:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Stasi]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Poggi]]></category>
		<category><![CDATA[Garlasco]]></category>

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		<description><![CDATA[Così, nel libro Kronaka, ho raccontato la storia terrbile che iniziò il 13 agosto 2007 con l&#8217;omicidio di Alberto Stasi
I fari delle Rotonde di Garlasco sparano nel buio verso il cielo,
le colonne luminose sono richiami nella pianura. Quando
c’è nebbia, e qui eccome se ce n’è d’inverno, anche la luce
artificiale fatica a conquistarsi la strada, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Così, nel libro Kronaka, ho raccontato la storia terrbile che iniziò il 13 agosto 2007 con l&#8217;omicidio di Alberto Stasi</p>
<p>I fari delle Rotonde di Garlasco sparano nel buio verso il cielo,<br />
le colonne luminose sono richiami nella pianura. Quando<br />
c’è nebbia, e qui eccome se ce n’è d’inverno, anche la luce<br />
artificiale fatica a conquistarsi la strada, la nebbia intorno<br />
sembra fumo. Se si potesse guardare dall’alto questo punto<br />
di Pianura Padana nelle sere lunghe del sabato, si vedrebbero<br />
infinite colonne di fari rossi che dall’uscita dell’autostrada A7<br />
MilanoGenova<br />
s’incolonnano diligenti verso i grandi parcheggi<br />
di questa discotecatempio.</p>
<p>Quando la inaugurarono, nel 1964, in mezzo alle risaie<br />
della Lomellina, la gente si chiedeva chi mai ci sarebbe venuto<br />
fino a qui. E invece ci vennero in tanti e continuano a venirci,<br />
tra fine anni sessanta e settanta Le Rotonde di Garlasco fu<br />
il Piper del NordOvest.<br />
Ci sono foto di tutti i cantanti dell’epoca,<br />
l’unica che non ci ha mai messo piede è Mina perché<br />
suo fratello Alfredo morì in un incidente di macchina qui vicino,<br />
sulla statale tra Pavia e Cremona, e lei queste strade non<br />
ha mai più voluto rivederle. Alla fine degli anni settanta su<br />
uno dei palchi delle Rotonde cantò anche Madonna, ma non<br />
la conosceva nessuno, la mandarono via velocemente. Negli<br />
anni ottanta la domenica pomeriggio c’era la fila di ragazzi<br />
in auto che passavano puntuali da queste parti per caricare<br />
le ragazze che uscivano dalla discoteca e facevano l’autostop.</p>
<p>I tempi sono cambiati, ora le attrazioni sono gli ex del<br />
Grande Fratello, se va bene Fabrizio Corona: prendono una<br />
manciata di euro per venire qui e farsi vedere, c’è passata<br />
anche Ruby Rubacuori, quella che doveva essere la nipote</p>
<p>di Mubarak. Al sabato, di notte, fino all’alba, lungo le strade<br />
che si allontanano dalle Rotonde e dalle altre discoteche<br />
della zona, carabinieri e polizia presidiano il territorio, con<br />
i loro giubbotti catarinfrangenti. Non c’è ragazzo sotto i 25<br />
anni di queste parti che non abbia dovuto fare la prova del<br />
palloncino. A volte i controlli non bastano, a volte qualcuno<br />
ci rimette la pelle.</p>
<p>Se si potesse guardare dall’alto questo piccolo punto di<br />
Pianura Padana il mercoledì sera, si vedrebbero invece le<br />
lunghe colonne dei fari rossi delle auto che attraversano le<br />
strade strette per puntare verso il limite del paese, al santuario<br />
della Bozzola. Al mercoledì sera si fanno miracoli, guariscono<br />
le ragazze anoressiche.</p>
<p>Quando è inverno il santuario si scorge appena in mezzo<br />
alla nebbia, tra case e campagna. È dalla metà degli anni<br />
novanta che questo posto è una meta per malate moderne<br />
scortate dalle famiglie in cerca di riti antichi. La preghiera<br />
della guarigione è alle nove, raccontano che dopo la funzione<br />
anche le ragazze più magre provino strane sensazioni allo<br />
stomaco, dicono che sia fame. La gente di Garlasco guarda<br />
da lontano, un po’ infastidita.</p>
<p>Ma le auto arrivano anche cariche di bottiglie e damigiane<br />
vuote, c’è un pozzo da queste parti che esiste da sempre, ora<br />
si dice che la sua acqua sia miracolosa. Il pozzo non è di tutti,<br />
è del signor Ivo Pignatti, giura che l’acqua fa miracoli veri,<br />
che tanta gente è guarita dal fuoco di Sant’Antonio: «Ti lavi<br />
con quest’acqua», dice, «e sparisce tutto». In tanti ci credono,<br />
vengono da fuori, anche se la Chiesa tace e un giorno la<br />
Asl ha mandato i suoi ispettori a chiudere i rubinetti perché<br />
aveva trovato tracce di diserbanti nell’acqua dei miracoli.</p>
<p>Garlasco è un punto di passaggio, un punto piccolo in<br />
mezzo a una pianura, la Lomellina, a sua volta persa nella grande<br />
Pianura Padana. Pavia è attaccata, solo venti chilometri,<br />
Milano è a meno di mezz’ora d’auto. Poi c’è Vigevano, ci si arriva<br />
anche in bicicletta, basta seguire il Ticino. A volte sembra</p>
<p>vero che fin da Pavia si senta il mare, come canta Ivano Fossati.<br />
Lungo la Statale dei Giovi ci passavano lente le Fiat 110 e le<br />
Seicento quando l’autostrada ancora non era stata inaugurata.<br />
Il Piemonte è lì dietro, le colline poco lontane. Quello che si<br />
sente davvero in questi territori è l’umidità, la Lomellina è terra<br />
d’acqua, stretta tra il Ticino, il Sesia, il Po. Era una grande<br />
palude un tempo, furono i monaci nel Medioevo a bonificare<br />
col duro lavoro tante marcite: dai fiumi sono nati centinaia di<br />
canali e rogge, un reticolo infinito d’acqua. Dall’alto sembra<br />
una grande nervatura che si irradia in ogni angolo di terra.<br />
Anche le leggende sono legate all’acqua, raccontano che ad<br />
Albanese, venti chilometri da Garlasco, da un fontanile uscisse<br />
un mostro. Ma era un mostro buono che salvò un bambino<br />
dalle acque cattive che volevano prenderselo. Leggende più<br />
strane e moderne dicono che la Lomellina sia terra di atterraggio<br />
di Ufo. E per questo a Remondò, che da Garlasco è a<br />
soli dieci chilometri, gli americani hanno installato un potentissimo<br />
radar: lo dice il Centro ufologico italiano. Di certo c’è<br />
che in queste terre ci passò un bel po’ di storia: nelle paludi si<br />
scontrarono gli uomini di Annibale e quelli di Scipione e poi,<br />
nel 1600 i francopiemontesi<br />
e gli spagnoli. Ne è corso tanto di<br />
sangue in questi prati marcitori da cui oggi esce ancora tanta<br />
nebbia che sembra poter coprire il mondo intero.</p>
<p>Questi posti li fece conoscere Lucio Mastronardi, scrisse Il<br />
Maestro di Vigevano e dipinse con le parole la nebbia e l’angoscia,<br />
descrisse il lavoro nelle “fabbrichette” di calzature, la<br />
fatica dei piccoli imprenditori e degli artigiani, la vita dura<br />
che un tempo ti ripagava a fine mese ma ora invece chissà, è<br />
tutto più difficile. Racconta il libro, e poi lo raccontò in un<br />
film Pietro Germi, con Alberto Sordi a fare il lombardo triste<br />
e sconfitto, la storia del maestro Mombelli, travolto dall’Italia<br />
del boom economico, convinto dalla moglie a smettere di<br />
insegnare e ad aprire una “fabbrichetta” di scarpe. Tornerà<br />
all’insegnamento il maestro Mombelli, lasciando un mondo<br />
che per lui è troppo duro e cinico. Al nuovo esame d’idoneità<br />
per tornare a fare il maestro declamerà D’Annunzio: «Fa’ di</p>
<p>te stesso un’isola» ma anche «I biscotti italiani sono migliori<br />
dei migliori inglesi». Finirà malissimo Mastronardi: morirà<br />
suicida nel 1979. Qualcuno un giorno lo vide passeggiare<br />
avanti e indietro sul ponte del Ticino: lo ritrovarono ore dopo,<br />
annegato, sul greto del fiume.</p>
<p>Di piccole fabbriche di scarpe ne aprirono tante da queste<br />
parti a partire dagli anni cinquanta: sembrava che il boom<br />
economico non dovesse finire mai: Vigevano divenne in tutta<br />
Italia la “capitale della scarpa”, le esportazioni all’estero<br />
crescevano e crescevano. Lavoro furibondo, intuito, un po’<br />
di voglia d’avventura: questa era la formula.</p>
<p>Raccontava Mastronardi nel suo libro di come allora i maestri<br />
si disputassero i figli più “pregiati”: «Tu passi a me il<br />
figlio dell’industriale, io ti passo tre figli di artigiani».</p>
<p>«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre<br />
prospettive, chiedo scusa, non ne ho viste». Così iniziava un<br />
reportage di Giorgio Bocca da Vigevano. Continuava così: «Di<br />
abitanti cinquasettemila, di operai venticinquemila, di milionari<br />
a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo<br />
crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una in via del<br />
Popolo: se capitava un cliente forestiero, il libraio lo guardava<br />
con diffidente stupore. Chiusa per fallimento, da più di un<br />
anno».</p>
<p>Bocca raccontava di posti dove «i contadini possono diventare<br />
ciabattini e i ciabattini industriali nel giro di poche<br />
settimane». Così era Vigevano: «Avanti popolo, la ricchezza è<br />
a portata di mano, di fallimento non si muore e se va bene va<br />
bene».</p>
<p>Alla fine degli anni novanta le piccole fabbriche iniziarono<br />
a chiudere. Colpa dei cinesi, dicono da queste parti.<br />
Colpa delle grandi industrie che vanno a produrre all’Est,<br />
aggiungono. I piccoli imprenditori della Lomellina l’hanno<br />
imparato sulla propria pelle che cosa significa il termine delocalizzazione.</p>
<p>Resistono, ma a fatica, gli agricoltori, i proprietari di risaie<br />
e allevamenti. Ma la maggior parte della gente alla mattina</p>
<p>prende il treno, va a lavorare a Milano. Dall’alba i treni si<br />
affollano, scalo a Pavia e poi Milano, meno di un’ora in tutto.<br />
D’inverno i vagoni sono gelati, la condensa cristallizza l’odore<br />
di caffè. D’estate si soffoca. I bagni dei treni Interregionali sono<br />
inutilizzabili, i pendolari protestano regolarmente ma non<br />
cambia mai nulla. Avanti e indietro, ogni giorno. Gli studenti<br />
prendono l’autobus, partono da piazza Vittoria, di fronte al<br />
parco giochi, e arrivano in viale Famagosta, a Milano. Sono<br />
50 minuti, spesso stretti come sardine. Ogni anno, a settembre,<br />
comitati di cittadini chiedono di aumentare il numero di<br />
mezzi, la risposta è sempre la stessa: non si può, è antieconomico.<br />
Tanti ragazzi studiano a Pavia: c’è una delle università<br />
più antiche d’Europa, è prestigiosa. E poi Pavia porta bene,<br />
ci abitò anche Albert Einstein, quando aveva quindici anni:<br />
in via Foscolo scrisse il suo primo articolo scientifico.</p>
<p>Sono cambiati molto questi posti, è cambiata molto<br />
Garlasco negli ultimi trent’anni, un tempo era un feudo rosso,<br />
poi negli anni novanta è arrivata la Lega a spazzare via<br />
tutto. Nel 2006 in paese è tornata con fatica una giunta di<br />
centrosinistra, una delle poche eccezioni in un oceano verde<br />
e azzurro. Ma alle ultime elezioni politiche la lista che univa<br />
Popolo delle Libertà e Lega è andata oltre il 70 per cento.</p>
<p>Se, ancora una volta, si potesse guardare Garlasco dall’alto,<br />
si potrebbe scorgere un piccolo quartiere di villette nuove,<br />
quasi al limite del paese. Ci vivono le famiglie di artigiani e<br />
piccoli imprenditori, quelli che si sono costruiti la piccola<br />
attività, hanno investito i risparmi in queste case circondate<br />
da giardinetti piccoli e ben curati, sui cancelli le targhette<br />
avvertono “Attenti al cane” e spesso casa e azienda sono la<br />
stessa cosa, tra piano terra e primo piano.</p>
<p>E guardando bene dall’alto, avvicinandosi piano, si potrebbe<br />
scorgere una via piccola e stretta, senza uscita, via Pascoli,<br />
e al numero 8 un cancello conosciuto e una porta vista mille<br />
volte, però in miniatura, una casa diventata plastico, modello,<br />
sezionata in trasmissioni televisive con sguardi che dalle poltrone<br />
bianche si muovono frenetici tra telecamere e piccole</p>
<p>figurine immobili. Le dita si agitano lungo il perimetro in<br />
scala, le voci concitate scoprono «Ecco, Chiara Poggi era lì»,<br />
«Ecco, la bicicletta era appoggiata in quel punto». Bisogna<br />
tornare verso l’alto per allontanarsi dalle voci e vedere che<br />
quella villetta ricomincia a essere casa vera e non un plastico<br />
di figurine. Intorno ci sono i 9 mila abitanti di Garlasco e le<br />
risaie e poi, più in là, Milano, enorme, che si mangia strade<br />
e paesi e arriva ad annettersi tutto. Bisognerebbe allargare lo<br />
sguardo dai tetti di quelle villette e osservarlo tutto dall’alto<br />
questo Nord così poco comprensibile per chi è lontano. E<br />
allora ci si potrebbe immaginare un giorno preciso, il 13 agosto<br />
2007: guardando bene si vedrebbero giornalisti e curiosi<br />
assiepati dietro le transenne piazzate dai carabinieri in via<br />
Pascoli. Si potrebbero vedere tante figure entrare e uscire<br />
dal cancello del numero 8, figure in divisa che si muovono<br />
veloci. È quello ora il luogo più famoso di Garlasco, è qui che<br />
un giorno torrido d’estate iniziò il grande show, lo spettacolo<br />
della vita e della morte che trasformò questo paese nella capitale<br />
del Nord oscuro, quello cattivo.</p>
<p>Ci passeranno tutti in questo show, intorno al corpo di una<br />
ragazza morta giovane. Protagonisti e comparse, criminologi<br />
e carabinieri inesperti, gemelle in cerca di fama e di qualche<br />
fotografia, maghi e veggenti, truffatori e ciarlatani. Ci passeranno<br />
decine di periti. Ci passerà Fabrizio Corona a cercare<br />
di scritturare qualcuno da vendere poi nel grande circo della<br />
realtà. Lui che ha fatto fotografare migliaia di vip, semivip,<br />
aspiranti vip per repertarli in una grande corte dei miracoli,<br />
ha capito che adesso è la realtà che tira, è la realtà che vende.<br />
E più la realtà è brutta e oscura e più va forte.</p>
<p>E tutto parte da qui, da questa piccola via di Garlasco,<br />
da una scala stretta che va verso la “tavernetta” di casa Poggi.<br />
Dal corpo di una ragazza immobile su quelle scale, nel<br />
sangue.</p>
<p>Bisogna immaginarselo questo posto nel giorno che precede<br />
di 48 ore il Ferragosto. Le famiglie sono via, in Liguria o<br />
sulla riviera adriatica: una settimana, dieci giorni, non di più</p>
<p>perché i soldi bisogna risparmiarli, non è più come un tempo<br />
che si stava via tutto agosto. Il caldo è pesante, peggio che<br />
al Sud, sale dall’asfalto delle strade e si abbraccia col cielo<br />
basso e afoso. I bar sono chiusi e così i negozi, in giro non<br />
c’è nessuno e chi è abituato a vedere questi paesi muoversi<br />
veloci dal mattino alla sera si scopre a provare un po’ d’angoscia<br />
nel guardare le strade deserte, l’erba dei prati ingiallita<br />
e secca, i bar e i negozi chiusi, i cartelli attaccati alle cler, che<br />
così chiamano in Lombardia le serrande, con l’immancabile<br />
ombrellone disegnato e la scritta “Si riapre il 2808”.<br />
I rumori<br />
sono pochi e attutiti, si sentono gli squilli del telefono dalle<br />
case deserte dei vicini, i cani non abbaiano, sono al mare con<br />
i padroni oppure in qualche pensione per animali della zona.<br />
In paese sono rimasti in pochi, gli studenti che preparano gli<br />
esami, gli anziani, sentinelle vigili dietro le tapparelle chiuse<br />
per non far entrare la luce. Le famiglie che non riescono a<br />
partire per le vacanze il sabato e la domenica cercano un alito<br />
di fresco sotto il ponte della Becca, dove il Ticino confluisce<br />
nel Po. È un ponte bellissimo, storico, fatto di metallo: con<br />
le grandi piogge del novembre 2010 è venuto via un pezzo,<br />
hanno dovuto chiuderlo. Come a Pompei, certo meno storico<br />
e meno famoso. Ma chi abita da queste parti l’ha presa male,<br />
il ponte della Becca fa parte della storia di questi luoghi.</p>
<p>È in un giorno così che entrano in scena i personaggi di<br />
questa vicenda brutta e famosa. È passata poca l’ora di pranzo<br />
quando un ragazzo compone sul suo cellulare il 118, il numero<br />
delle emergenze. Dice: «Mi serve un’ambulanza in via Pascoli<br />
a Garlasco». Poi: «Credo che abbiano ucciso una persona,<br />
ma non sono sicuro, forse è viva». L’operatore chiede: «Ma<br />
lei cosa vede, cosa è successo?». «C’è sangue dappertutto, lei<br />
è per terra». «Ma in strada o in casa?». «No, in casa». «Ma<br />
è una sua parente?». «È la mia fidanzata». «Lei è in casa<br />
adesso?». «No, sono in caserma, sono arrivato adesso, ora<br />
racconto quello che è successo». Il ragazzo si chiama Alberto<br />
Stasi, ha 24 anni, è biondo e ha gli occhi azzurri. Gli occhi,</p>
<p>quanto se ne parlerà di quegli occhi, dimenticando a volte<br />
indizi e prove e buttando parole e parole su uno sguardo.</p>
<p>E quanto si parlerà di quella telefonata; in tanti, avidamente,<br />
negli anni a seguire andranno a cercare il file in Internet<br />
per ascoltare la voce di Alberto che chiede aiuto. «Non c’è<br />
dolore in quella voce», diranno in tanti, «non c’è paura, non<br />
c’è angoscia».</p>
<p>La storia che racconta Alberto è semplice: «Ho chiamato<br />
più volte Chiara, non mi rispondeva. Alla fine sono andato<br />
a vedere, ho scavalcato il cancello, sono entrato in casa sua.<br />
C’era sangue, Chiara era lì, in pigiama, dietro la porta della<br />
cantina. Ho dato l’allarme». È la versione del ragazzo, non la<br />
cambierà mai.</p>
<p>Il 13 agosto la notizia che a Garlasco c’è stato un omicidio<br />
viaggia veloce, dal paese arriva nei luoghi di vacanza.<br />
Da Falzes, sulle montagne del Trentino, parte sconvolta la<br />
famiglia Poggi. I genitori di Alberto Stasi sono a Spotorno,<br />
hanno una casa: prendono l’auto e in tutta fretta arrivano a<br />
Garlasco. I carabinieri controllano, fotografano, repertano,<br />
cercano di capirci qualcosa. Cento persone verranno interrogate,<br />
nessuno ha visto nulla di utile. La gente di Garlasco<br />
in quelle giornate umide e calde si rintana nelle case. Qui<br />
ormai nessuno crede più che il male sia lontano, che sia solo<br />
laggiù, in fondo all’autostrada, nella grande città. Uscita<br />
Milano, uscita paura. No, non è più così. Qualche settimana<br />
prima del 13 agosto Garlasco era già finita sui giornali per<br />
un fatto grave, drammatico. Era successo che un uomo di<br />
72 anni si era convinto che la moglie, sessantanovenne invalida,<br />
lo tradisse con un vicino di casa, un ivoriano di 40 anni.<br />
Così una sera aveva aperto la porta di casa del vicino e aveva<br />
sparato, su di lui e su un amica di 23 anni che era in casa.<br />
Poi aveva sparato anche alla moglie, senza colpirla. Un anno<br />
dopo i giornali torneranno a occuparsi di quel brutto fatto:<br />
la ragazza, amica dell’ivoriano, era rimasta in coma quattro<br />
mesi e aveva subito otto operazioni per le ferite al volto, alle<br />
braccia, alla colonna vertebrale. Le era stato dato il permesso</p>
<p>di soggiorno ma, contemporaneamente, anche la parcella per<br />
le spese mediche: «Funziona così», le dissero. L’uomo che<br />
aveva sparato, Vincenzo Lamoglie, venne condannato a nove<br />
anni, lo dichiararono semi infermo di mente. «L’è matt», dissero<br />
in paese, «è matto».</p>
<p>Ma questa volta è diverso, qui non c’è un matto di mezzo,<br />
qui c’è solo un feroce assassino. Chiara Poggi era di qui, una<br />
del paese, una di Garlasco. L’hanno ammazzata. Perché? Chi<br />
è stato?</p>
<p>Quante cose cambiano in pochi giorni, quante persone si<br />
mettono in moto, quante storie si incrociano. Il 14 agosto, il<br />
giorno dopo il delitto, una fotografia compare sul cancello<br />
di casa Poggi: c’è Chiara, sorridente, e accanto due ragazze<br />
bionde, magrissime: sono tutte e tre vestite di rosso. Paola e<br />
Stefania sono le cugine di Chiara: le gemelle Cappa, per giorni<br />
si parlerà di loro. Qualche giornalista osserva bene l’immagine:<br />
non è autentica, è un fotomontaggio, quella fotografia<br />
non è mai stata scattata. Le gemelle l’hanno costruita per far<br />
vedere che esistono anche loro, che ci sono, eccome se ci<br />
sono. Protagonisti non sono solo i ragazzi morti, anche quelli<br />
vivi vogliono il loro spazio, l’immagine sui giornali.</p>
<p>Intanto Alberto Stasi è in caserma, lo interrogano per<br />
13 ore, lui ripete sempre la sua storia: «Chiara era lì, sulle<br />
scale..». «Che cosa ho fatto quella mattina? Ho lavorato sul<br />
computer alla mia tesi. Sono uscito solo per andare a vedere<br />
perché Chiara non rispondeva». Il computer l’hanno preso i<br />
carabinieri, l’hanno aperto e chiuso, più e più volte, ci hanno<br />
smanettato sopra parecchio prima di darlo ai Ris. Hanno<br />
combinato un disastro: aprendo e chiudendo i file hanno cancellato<br />
le tracce precedenti. Come si farà a capire se Alberto<br />
ha davvero lavorato alla tesi quella mattina?</p>
<p>Sembra una grande set Garlasco, gira voce che stano arrivando<br />
avvocati importanti, qualcuno giura di aver visto in un<br />
bar l’avvocato Carlo Taormina, quello di Cogne. Altri sono<br />
certi che le tracce dell’assassino portino verso Milano, qualcuno<br />
giura di aver visto arrivare Fabrizio Corona a bordo di</p>
<p>una grande Bentley. È vero, Corona è arrivato a Garlasco:<br />
vuole scritturare le gemelle Cappa, una di loro ha già scritto<br />
un memoriale. Corona insiste, il padre di Paola e Stefania<br />
Cappa lo caccia in malo modo. Corona, prima di tornare a<br />
Milano, si ferma allee Rotonde.</p>
<p>Parcheggiano tante auto “forestiere” in paese, da uno<br />
scende Alessio Sundas, è un agente dello spettacolo, così si<br />
definisce. È diventato famoso perché ha scritturato Marco<br />
Ahmetovic, un ragazzo rom di 22 anni che ad Appignano,<br />
vicino ad Ascoli Piceno, ha ucciso quattro ragazzi investendoli<br />
con il suo furgone. Era ubriaco al volante. Sundas lo fa<br />
fotografare mentre indossa occhiali, magliette, jeans di una linea<br />
che chiama LineaRom. Il guardasigilli Clemente Mastella<br />
apre un’inchiesta, Sundas risponde «Ma non è colpa mia se<br />
Ahmetovic è una star».</p>
<p>Sundas è arrivato a Garlasco, va dritto al punto: chiede ad<br />
Alberto Stasi di scrivere un libro su Chiara: «Ti do 50 mila<br />
euro se lo fai entro un mese». Alberto si gira dall’altra parte,<br />
non risponde, quella volta sì che ha lo sguardo di ghiaccio.</p>
<p>Le televisioni stazionano in via Pascoli, gli abitanti di<br />
Garlasco iniziano a rientrare dalle vacanze, i giornali di fine<br />
agosto sono pieni di racconti sul “delitto dell’estate”. In<br />
paese qualcuno comincia a parlare con insistenza di quello<br />
sguardo freddo, di quel ragazzo che sembra così distaccato:<br />
«Se non è stato lui, chi è stato?».</p>
<p>Alberto vive poco lontano da via Pascoli, in via Carducci.<br />
È una casa più bella, più grande, nascosta dietro una spessa<br />
cancellata di legno. È figlio unico, vive con la mamma e il papà<br />
che ha una fortunata rivendita di autoricambi subito dopo<br />
l’uscita MilanoGenova.<br />
La casa è grande, c’è una torretta<br />
che la fa sembrare un fortino, una scalinata porta all’ingresso,<br />
nel giardino ci sono gli ulivi. Giornalisti e fotografi sono<br />
oltre il cancello, anche loro si dicono: «Se non è stato lui, chi<br />
è stato?». Alberto è gentile, suo papà, Nicola, fuma in continuazione,<br />
con i giornalisti non parla. Tra pochi giorni la situazione<br />
cambierà, Elisabetta, la mamma di Alberto, smetterà di</p>
<p>18<br />
19</p>
<p>abbassare il finestrino dell’auto per rispondere alle domande.<br />
Da dietro il vetro lancerà gesti eloquenti ai giornalisti.</p>
<p>In via Pascoli Giuseppe e Rita Poggi controllano la casa<br />
palmo a palmo. Manca qualcosa? Si cerca l’arma del delitto.<br />
Rita Poggi abbraccia Alberto Stasi, Marco, il fratello piccolo<br />
di Chiara, resta distante, non si avvicina.</p>
<p>Ci sono 1.500 metri di distanza tra la casa di via Pascoli e<br />
quella di via Carducci, dieci minuti a piedi: un filo rosso di<br />
affetto e solidarietà lega le due case in quei giorni. Durerà<br />
poco, quei 1.500 metri diventeranno una distanza siderale,<br />
nessuno percorrerà più quella strada per uscire da una delle<br />
due case ed entrare nell’altra.</p>
<p>Il funerale di Chiara è il 18 agosto. Dentro la chiesa c’è<br />
tutta Garlasco, fuori c’è mezzo mondo, quando la bara<br />
esce sul sagrato c’è il solito, lungo applauso italiano a chi<br />
non può più ascoltarlo. Durante la funzione il prete don<br />
Giorgio, dice: «Con Gesù Cristo ciascuno di noi non può<br />
mentire». Un brivido attraversa la schiena di tutti. Alberto<br />
Stasi è appoggiato ai banchi in prima fila, vicino ai genitori<br />
di Chiara e alle gemelle Cappa. Rita, la mamma di Chiara, gli<br />
tiene stretta la mano. I flash dei fotografi sono ininterrotti,<br />
a un certo punto Rita si volta, fa un gesto rabbioso, tutto si<br />
ferma. Sulla bara di Chiara c’è una corona di rose bianche a<br />
forma di cuore, è di Alberto. Quando esce il ragazzo è assalito<br />
dai giornalisti, lui sibila «Mi fate schifo».</p>
<p>Due giorni prima c’è stata l’autopsia: Chiara è stata uccisa<br />
tra le 10 e le 12, presumibilmente tra le 11 e le 11.30. Non c’è<br />
autopsia che possa stabilire con certezza assoluta l’ora della<br />
morte ma qui a Garlasco, nell’estate del 2007, l’improvvisazione<br />
ha viaggiato libera. La salma dovrebbe essere pesata:<br />
il rapporto tra peso e calore corporeo fornisce le indicazioni<br />
più attendibili sull’ora della morte. A Pavia, dove il corpo<br />
di Chiara era stato portato, manca la bilancia. Nessuno ha<br />
pensato di farla arrivare da Milano. L’autopsia racconta che<br />
Chiara è stata uccisa da un corpo contundente. Si parlerà di</p>
<p>un martello, di paio di forbici da sarto, di una stampella. Sì,<br />
perché una delle gemelle Cappa in quei giorni girava con le<br />
stampelle per un guaio a una gamba. Sarà proprio Alberto<br />
Stasi a dirlo, intercettato dai carabinieri, parlando di una delle<br />
gemelle: «Quella lì deve solo stare attenta che vengano a<br />
sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle».</p>
<p>Va in scena un delirio di ipotesi, sospetti, tutti contro tutti.<br />
Il 23 agosto da un canale che scorre nella campagna nuda<br />
dietro la villetta di casa Poggi, spunta un sacchetto con vestiti<br />
da uomo. Sono macchiati di rosso, è sangue? Sembra la<br />
svolta: l’assassino si è cambiato, ha gettato via i suoi abiti. Si<br />
scopre presto che quei vestiti sono macchiati sì di sangue, ma<br />
di sangue animale.</p>
<p>Spuntano testimonianze: c’era una bicicletta nera appoggiata<br />
al cancello di casa Poggi quella mattina, dice una donna.<br />
Viene sequestrata una bicicletta ad Alberto Stasi, sui pedali i<br />
Ris individuano tracce: è sangue? Non si saprà mai con certezza.<br />
I carabinieri sequestrano il sistema di allarme di casa<br />
Stasi, vogliono capire gli orari di entrata e uscita. Il 30 ottobre<br />
sequestreranno anche la centralina dell’allarme del negozio<br />
di autoricambi del papà di Alberto pr capire se quel giorno<br />
qualcuno è entrato o uscito dal negozio: troppo tardi, ogni 30<br />
giorni la memoria si resetta automaticamente.</p>
<p>Gli errori continuano. È con imbarazzo che, a Chiara già<br />
sepolta, gli investigatori si rendono conto che nessuno ha preso<br />
le impronte della ragazza. Come fare a distinguere le sue<br />
da quelle di un possibile assassino? Il corpo della ragazza<br />
verrà riesumato, l’errore riparato.</p>
<p>Chiara è sepolta a Pieve Albignola, il 1° settembre i genitori<br />
di Chiara ci vanno insieme ad Alberto. I fotografi scattano<br />
immagini da lontano. Intanto Alberto viene iscritto nel<br />
registro degli indagati. La formula è quella di rito: un atto<br />
dovuto. Ma a Vigevano, negli uffici della Procura, il pubblico<br />
ministero Rosa Muscio si è fatta una convinzione: l’assassino<br />
è lì, è a Garlasco, è in via Carducci. Lavora ininterrottamente<br />
il pm, la luce del suo ufficio resta accesa fino a notte fonda.</p>
<p>Ogni tanto, in piazzetta Lavezzari, un poliziotto si avvicina ai<br />
giornalisti che aspettano e bivaccano: «Andate via per favore,<br />
lo chiede la dottoressa».</p>
<p>La domanda che assilla Rosa Muscio e che rimbalza nei<br />
bar di Garlasco e Vigevano è semplice, banale. Alberto Stasi<br />
dice di essere arrivato fino alle scale che portano alla tavernetta<br />
e di aver visto Chiara solo allora. In quella casa c’era tanto<br />
sangue, lo mostrano anche le fotografie. Ma allora, perché<br />
sulle suole delle scarpe che Alberto ha consegnato ai carabinieri<br />
non c’è nemmeno una minuscola traccia di sangue?<br />
E poi non ci sono altre tracce in quella casa, solo quelle dei<br />
familiari e quelle di Alberto. Nient’altro. E la domanda torna,<br />
e tornerà sempre: «Se non è stato lui, chi è stato?».</p>
<p>I genitori di Chiara fanno la loro scelta: è il loro avvocato a<br />
far sapere ad Alberto Stasi che i contatti si devono interrompere:<br />
«Finché non si capirà qualcosa di più i signori Poggi<br />
non desiderano vederla e sentirla».</p>
<p>Il 10 settembre a Garlasco c’è la festa del santo patrono,<br />
san Rocco. Tre giorni di festa in giro per il paese: si mangiano<br />
la polenta e le rane fritte, si beve il vino dell’Oltrepo. Sul<br />
palco, piccoli gruppi folcloristici cantano le loro canzoni in<br />
dialetto, seduta intorno a grandi tavolate di legno la gente si<br />
chiede una sola cosa: «ma quando lo arrestano?».</p>
<p>Vengono accontentati due settimane più tardi: il 24 settembre<br />
Alberto Stasi è prelevato dalla sua casa di via Carducci,<br />
finisce in carcere. Davanti alla prigione c’è gente che lo aspetta:<br />
«Bastardo», gli urlano, «assassino».</p>
<p>In carcere Stasi resterà quattro giorni, seduto sulla brandina,<br />
apparentemente tranquillo. Legge Topolino, al suo<br />
avvocato chiede una cosa sola: «Procurami una foto di<br />
Chiara». Alle guardie carcerarie domanda i nomi di battesimo:<br />
«Vorrei conoscervi per nome», dice, «non chiamarvi<br />
soltanto agenti». Il 28 settembre il giudice per le indagini<br />
preliminari di Vigevano, Giulia Pravon, ordina la scarcerazione<br />
del ragazzo: «Non ci sono indizi», dice. Quello che il<br />
giorno prima sembrava sangue sui pedali della bicicletta di</p>
<p>Alberto è forse qualcos’altro: la certezza è svanita in poche<br />
ore.</p>
<p>Le indagini vanno avanti, compaiono altri personaggi sulla<br />
scena. Una veggente dice: «A uccidere Chiara è stata una<br />
donna», i giornali le dedicano qualche titolo. Poi si presenta<br />
in caserma uno strano personaggio. Si fa chiamare mago<br />
Yaris, ha i capelli ossigenati, dice che l’estate prima di essere<br />
uccisa Chiara Poggi telefonava spesso alla sua trasmissione,<br />
su Varese Sat. Parlava di un rapporto difficile con il suo ragazzo.<br />
I carabinieri vanno a Varese Sat. L’emittente fa capo a<br />
una società di cartomanzia, Magic Star, colpita da sequestri<br />
e arresti per truffa ed estorsione: a fine luglio la Guardia di<br />
Finanza ha messo i sigilli alla sede, i carabinieri entrano negli<br />
uffici e ne escono con decine e decine di registrazioni. Chiara<br />
non ha mai telefonato al cartomante. Nel frattempo il mago<br />
Yaris ha cercato di vendere la sua storia a qualsiasi giornale,<br />
il suo agente è Fabrizio Corona.</p>
<p>Ma è su Chiara e su Alberto che puntano tutte le indagini,<br />
sul loro rapporto, sulla loro vita di ragazzi di provincia del<br />
Nord, lei laureata in Economia e Commercio all’università di<br />
Pavia, lui studente alla Bocconi di Milano. Pronti a vivere la<br />
loro vita: un buon lavoro, una buona famiglia. A Garlasco, e<br />
dove se no? Quando qualcuno chiederà ad Alberto Stasi di<br />
descriversi lui dirà: «Sono normale. Medio normale». È un<br />
bravo studente, Alberto: sempre bei voti, niente da rimproverargli,<br />
un figlio unico che non dà problemi. E lo stesso è<br />
Chiara, si dà da fare, ha studiato, ora fa stage in alcune aziende.<br />
Ogni mattina prende il pullman alle sette del mattino,<br />
è stagista nell’ufficio marketing della Computer Sharing di<br />
Milano. Torna le sera, sempre con il pullman. E quanto indagheranno<br />
gli investigatori su chi incontrava su quel pullman.<br />
Niente, un buco nell’acqua anche quello.</p>
<p>Vite normali di ragazzi normali che sognano di andare via<br />
ma solo per le vacanze, all’estero, in Inghilterra e poi un giorno<br />
speriamo negli Stati Uniti, a vedere New York. La vita?<br />
La vita è a Garlasco, al limite a Pavia qualche sera. Il pub,</p>
<p>Le Rotonde, la multisala Multiplex di Parona. Le gemelle<br />
Cappa descriveranno così Alberto: «Serio, studioso, pacato,<br />
determinato, tranquillo, sereno». Perfetto, quindi. «Solo due<br />
difetti», continua la ragazza: «Era spesso in ritardo ed è vanitoso<br />
nel vestire».</p>
<p>E Chiara? L’amica Maristella dice: «Non avendo una vita<br />
sociale particolarmente vivace non aveva tante cose da raccontare.<br />
La Chiara era una ragazza che si faceva i fatti suoi».<br />
La Chiara, con l’articolo davanti, come si dice in Lombardia.</p>
<p>Poi avevano il loro mondo, Chiara e Alberto, un mondo a<br />
parte. Gli investigatori sezionano i computer, leggono attentamente<br />
i messaggi che i due ragazzi si mandavano in chat.<br />
Tra di loro Alberto e Chiara si chiamano Tato, Tata, Tatina,<br />
Tatino. Lei scrive, quando è a casa da sola: «Se ho paura ti<br />
posso chiamare anche se è tardi tardi?». Lei parla dei suoi<br />
due gatti, i suoi due grandi amori, a parte Alberto. Quando<br />
lui è in Inghilterra, gli chiede: «Quanto ti manco?». Lui risponde<br />
con un ingenuo 8, lei ci resta male, ribatte: «Non ti<br />
manco 10?», lui corre ai ripari: «Solo perché sono a Londra<br />
e ho un sacco di cose da fare». Parlano dei regalini, lui dice<br />
che le porterà completini sexy, lei sta al gioco. Chiara è gelosa,<br />
scrive: «Fai il bravo, mi raccomando. Tato è solo mio». E poi:<br />
«A che ora sei tornato ieri sera?». «Ma come sei tornato tardi,<br />
non li chiudono a mezzanotte i pub a Londra? Quindi????».</p>
<p>Ma dai computer saltano fuori altre cose. Chiara ha conservato<br />
alcuni link: articoli sull’anoressia, sui disturbi di dipendenza<br />
reciproca, articoli sulla pedofilia, ordinati per numero:<br />
1, 2, 3. Dal computer di Alberto escono due video “sexy”:<br />
ci sono lui e Chiara, un po’ imbarazzati, un po’ divertiti.<br />
Ma soprattutto ci sono decine e decine di video pornografici,<br />
quella di Alberto sembra una vera passione. E in mezzo a quei<br />
video porno anche roba pedopornografica.</p>
<p>Quando si viene a sapere, la gente a Garlasco trattiene il<br />
respiro: «Allora è vero, quegli occhi di ghiaccio». Si scoprirà<br />
mesi dopo che quei file pedopornografici Alberto non li ha<br />
mai scaricati, che erano rimasti attaccati ad altri video porno,</p>
<p>che non li aveva voluti. Ma in quei giorni, in quelle settimane,<br />
la notizia basta e avanza: ecco il movente. Chiara ha scoperto<br />
quella brutta passione di Alberto, voleva lasciarlo, voleva dire<br />
tutto ai genitori. Lui l’ha uccisa. Il pm, Rosa Muscio ne è<br />
convinta, Alberto è l’assassino, non ci sono altre piste.</p>
<p>Garlasco è come in una bolla, sembra vivere una vita a<br />
parte, il paese è diviso tra innocentisti e colpevolisti, la gente<br />
aspetta che siano altri a dire «Basta, le cose sono andate così<br />
». Chi deve dirlo è un giovane giudice, si chiama Stefano<br />
Vitelli, è del 1974. La difesa di Alberto Stasi ha chiesto il<br />
rito abbreviato, sarà il giudice per le indagini preliminare a<br />
decidere: pollice alto o pollice verso. Un uomo solo giudica,<br />
un uomo decide.</p>
<p>Alberto Stasi intanto ha proseguito la sua vita: si è laureato<br />
in Economia e legislazione per le imprese alla Bocconi di<br />
Milano: 110 e lode. Ha discusso la tesi a porte chiuse, non<br />
voleva curiosi. La tesi è dedicata a Chiara. Vede gli amici,<br />
parla con loro di tutto, non parla di Chiara. Frequenta una<br />
nuova ragazza, i paparazzi li inseguono.</p>
<p>In tribunale, a Vigevano, arriva con i suoi avvocati, tiene<br />
fissi gli occhi davanti sé, ascolta tutto, prende nota.</p>
<p>Nel piccolo tribunale va in scena una battaglia vera, cruenta,<br />
tra accusa e difesa. Perizie contro perizie. Ci sono le tracce<br />
sui pedali della bicicletta. Per l’accusa si tratta del sangue<br />
di Chiara ma la difesa ribatte: «Le analisi non dimostrano<br />
la presenza di emoglobina». Insomma, quello potrebbe non<br />
essere sangue.</p>
<p>Ci sono poi le impronte di Alberto sul dispenser del sapone<br />
nel bagno della villa di via Pascoli. Dice la perizia dell’accusa:<br />
«Appare suggestivo che le uniche impronte dell’indagato, oltre<br />
a quelle rinvenute sul cartone per il trasporto della pizza,<br />
siano state individuate sull’erogatore del sapone liquido, davanti<br />
al quale ha sostato l’omicida con le scarpe fortemente<br />
imbrattate del sangue della vittima». Macigni contro Stasi?<br />
Niente affatto perché per la giurisprudenza italiana un rilievo<br />
dattiloscopico ha valore probatorio certo solo quando ha 16</p>
<p>24<br />
25</p>
<p>punti (si dicono minuzie) in comune con l’impronta di una<br />
persona. Una delle presunte tracce dell’anulare di Stasi ha 13<br />
minuzie, non ha validità giuridica.</p>
<p>Sono state trovate tracce nella villa di via Pascoli. Ci sono<br />
quelle dei familiari di Chiara, quelle di un falegname che<br />
qualche settimana prima del delitto ha fatto dei lavori nella<br />
villetta. E ci sono tracce dei carabinieri, tante. Tante tracce,<br />
scrivono le perizie «esibiscono una suola a carro armato, tipica<br />
delle calzature pesanti, nonché di quelle militari». Nell’aula<br />
del tribunale si scopre di più: che un sofà è stato spostato dai<br />
carabinieri intervenuti sulla scena del delitto: «L’originaria<br />
posizione del divano, così come ripreso dall’Arma territoriale<br />
di Pavia all’atto del primo sopralluogo, era parzialmente sovrapposta<br />
all’area in cui sono state osservate le tracce».</p>
<p>È l’aprile 2009 quando si decide la prima volta il destino<br />
di Alberto. Il giovane giudice ha ascoltato tutto, annotato<br />
tutto, ha davanti a sé migliaia di fogli. Ora quando arriva in<br />
tribunale lo riconoscono. Il giorno della prima udienza si è<br />
presentato a piedi, con un zaino in spalla, dentro il computer.<br />
I carabinieri lo hanno fermato: «Oltre queste transenne non<br />
passa nessuno gli hanno detto». Lo avevano scambiato per un<br />
giornalista. Adesso lo conoscono, la sua faccia per settimane<br />
intere è stata su tutti i quotidiani. Il 30 aprile è il giorno<br />
in cui è prevista la sentenza. I bar del centro di Vigevano<br />
sono pieni di gente che parla del processo, ma sono solo<br />
giornalisti, curiosi non ce ne sono, la gente di queste parti<br />
ora ostenta indifferenza. I collegamenti Tv con le trasmissioni<br />
del pomeriggio sono continui. Si usano frasi a effetto: «Tra<br />
poco Alberto Stasi conoscerà il suo destino». Non sarà così.</p>
<p>Il giudice ha ragionato molto, ha fatto quello che gli hanno<br />
insegnato, quello per cui ha studiato. Si è tolto dalla testa<br />
gli occhi di Alberto Stasi, si è tolto dalla testa le impressioni<br />
e le voci. Ha guardato più in là, e più vicino. Ha guardato<br />
le prove. Quando il giudice legge la sua decisione è come<br />
se buttasse all’aria tutto: sette pagine azzerano ogni cosa. Il</p>
<p>giudice legge: «Emergono alcune significative incompletezze<br />
di indagine che per la loro rilevanza devono essere oggetto<br />
di un approfondimento istruttorio». Del computer di Stasi<br />
dice che sono stati fatti passi «metodologicamente scorretti».<br />
Tutti fuori, tutti al lavoro. Il giudice ordina nuove perizie.<br />
Con quelle che ha in mano non è possibile vederci chiaro.<br />
Sarà un’altra lunga estate a Garlasco. Un’estate passata ancora<br />
alla ricerca di prove e di certezze, esattamente due anni<br />
dopo la morte di Chiara Poggi.</p>
<p>Ci sono più di venti periti, tra accusa e difesa, esaminano<br />
tutto dal principio. Alberto è entrato di nuovo nella casa di<br />
via Pascoli, lo hanno fatto camminare, hanno misurato la<br />
falcata, le sue scarpe sono state analizzate più e più volte. Ma<br />
è sul computer che si concentrano le attenzioni. E da lì arriva<br />
la sorpresa delle sorprese. Perché i superperiti nominati dal<br />
giudice Vitelli spiegano che sul quel computer, tra il 14 e il<br />
29 agosto 2007, prima che fosse consegnato ai Ris, sono state<br />
fatte «incaute esplorazioni». Incaute? Quanto incaute? Molto<br />
incaute. I periti usano il termine devastazione. «La portata<br />
delle alterazioni», dicono «è quantificabile nel 73.8 per cento<br />
dei file visibili. Un disastro. Uno dei superperiti nominati<br />
dal giudice è un vero genio. Si chiama Maurizio La Porta, ha<br />
lavorato giorno e notte senza fermarsi, è riuscito a realizzare<br />
un programma informatico in grado di far riemergere dati<br />
collegati alla tesi di Alberto. Sono sequenze numeriche che<br />
alla fine di un percorso complesso diventano date, ore, minuti.<br />
Il risultato lascia tutti a bocca aperta: Il 13 agosto 2007, dalle</p>
<p>9.36 alle 12.20, Alberto Stasi era davanti al suo computer. È<br />
una bomba vera: si torna indietro, tutto da rifare.<br />
A dicembre si è di nuovo in aula. L’avvocato di Alberto,<br />
Angelo Giarda, esordisce così: «Sa signor giudice che cosa mi<br />
sarei aspettato da questa pubblica accusa? Si imponeva un solo<br />
atteggiamento. La pubblica accusa doveva dire: “Scusate,<br />
ci siamo sbagliati, chiediamo l’assoluzione”. E invece no».<br />
Già. Invece no. Il pubblico ministro, Rosa Muscio, ha tentato</p>
<p>26<br />
27</p>
<p>di spostare in avanti l’ora della morte di Chiara, di costruire<br />
un nuovo scenario. Ma è tardi, anche se resta e resterà sempre<br />
convinta della colpevolezza di Alberto Stasi.</p>
<p>La decisione di Vitelli è attesa, quasi inevitabile dopo i<br />
risultati delle perizie. Il giudice si chiude in camera di consiglio<br />
per quattro giorni, ne esce il 17 dicembre alle cinque del<br />
pomeriggio. Alberto Stasi è assolto. Lui prende il telefonino<br />
e chiama il padre, rimasto a casa. Dice: «Libero, sono libero».<br />
Qualcuno lo vede piangere come aveva pianto al funerale<br />
di Chiara. C’è la sua nuova ragazza, gli corre incontro e lo<br />
abbraccia. Il pubblico ministero non ci sta. Lo dice subito:<br />
«Faremo ricorso». Rita, la mamma di Chiara, lascia il tribunale<br />
scura in volto. Anche lei lo dice subito: «Noi crediamo che<br />
Alberto abbia ucciso nostra figlia». Ne è talmente convinta<br />
che sarà lei, con l’avvocato di famiglia, a presentare la richiesta<br />
d’appello per conto della parte civile.</p>
<p>Garlasco apprende la notizia con i telegiornali della sera,<br />
nessuno si stupisce più di tanto. I colpevolisti restano convinti<br />
che Alberto abbia ucciso Chiara, gli innocentisti continuano<br />
a credere che il vero assassino sia altrove, lontano<br />
da Garlasco. Tutti hanno capito che il dubbio resterà per<br />
sempre, ci sarà una verità giudiziaria ma non andrà mai oltre<br />
quel “ragionevole dubbio”.</p>
<p>Bisogna tornare ad alzarsi di nuovo, lasciare le parole e<br />
guardare dall’alto, le risaie infinite, i prati marciti, il santuario<br />
della Bozzola, Le Rotonde. I pullman partono all’alba verso<br />
Milano, i treni Interregionali sono stracolmi. E quelle due<br />
villette, quei 1.500 metri di distanza.</p>
<p>Gli Stasi hanno pensato tanto ad andarsene. Ma sarebbe<br />
stata una resa. Qui è quello che abbiamo, è quello che abbiamo<br />
costruito, poco o tanto che sia. Qui noi siamo a testa alta,<br />
Alberto è innocente.</p>
<p>La famiglia Poggi è rientrata nella villetta di via Pascoli<br />
dieci mesi dopo il delitto. Non hanno mai pensato di andarsene,<br />
il dolore è dolore, dovunque si vada. La vita è scandita da</p>
<p>gli incontri con gli avvocati, dalle udienze dei processi. Dalle<br />
visite alla tomba di Chiara. Che è lì, sorride nelle fotografie,<br />
in casa. Man mano che ci si allontana, come su un aereo in volo,<br />
Garlasco sembra sempre più piccola, persa nell’immensa<br />
pianura. I tetti delle due villette, prima di sparire, appaiono<br />
come due minuscoli fortini, distanti e diversi, assediati dalla<br />
normalità della vita.</p>
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		<title>Alberto Stasi è stato assolto anche nel processo d&#8217;appello</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 16:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci saranno nuove perizie: la corte d&#8217;appello di Milano ha assolto Alberto Stasi dall&#8217;accusa di aver assassinato Chiara Poggi, il 134 agosto 2007. Non ci sono prove, manca il movente, gli indizi sono labili. Resta la domanda più importante: chi ha ucciso Chiara?
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci saranno nuove perizie: la corte d&#8217;appello di Milano ha assolto Alberto Stasi dall&#8217;accusa di aver assassinato Chiara Poggi, il 134 agosto 2007. Non ci sono prove, manca il movente, gli indizi sono labili. Resta la domanda più importante: chi ha ucciso Chiara?</p>
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		<title>Garlasco, i difensori chiedono l&#8217;assoluzione di Alberto Stasi: «le prove non ci sono»</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 13:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I difensori di Alberto Stasi hanno chiestonel processo d&#8217;appello che si svolge a Milano, l&#8217;assoluzione per il loro assistito, accusato di aver ucciso la fidanzata, Chiara Poggi, il 13 agosto 2007 a Garlasco: <em>&#8220;Non si può articolare una richiesta di condanna solo su opinioni,  supposizioni o ipotesi, ma ci vogliono prove e qui le prove non ci sono</em>&#8220;. I difensori hanno sostenuto che l&#8217;accusa ha cambiato più volte l&#8217;ora della morte di Chiara Poggi per poterla incastrare ai movimenti di Stasi.  I legali di Stasi anche spiegato  dal loro punto di vista l&#8217;illegittimità di richiedere la riapertura del  dibattimento come chiesto dal sostituto procuratore  e  dall&#8217;avvocato di parte civile.</p>
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		<item>
		<title>Garlasco, la procura chiede 30 anni per Alberto Stasi (o che venga riaperto il dibattimento con nuove perizie)</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 15:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Grandi processi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici di condannare Alberto Stasi a 30 anni di carcere. Il processo d&#8217;appello si sta svolgendo a Milano, in primo grado Stasi venne assolto dall&#8217;accusa di aver assassinato la fidanzata, Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di  Garlasco. Per il delitto Stasi è sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici di condannare Alberto Stasi a 30 anni di carcere. Il processo d&#8217;appello si sta svolgendo a Milano, in primo grado Stasi venne assolto dall&#8217;accusa di aver assassinato la fidanzata, Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di  Garlasco. Per il delitto Stasi è sempre stato l&#8217;unico indagato,  le altre piste, se prese in considerazione, furono subito scartate. E ancora oggi la Procura (e anche la famiglia di Chiara) è convinta che il ragazzo sia colpevole. Il fatto è però che le indagini non hanno mai prodotto prove e che anzi furono fatti un serie di errori che complicarono parecchio la situazione (un esempio tra tutti: Chiara Poggi venne sepolta senza che le fossero prese le impronte digitali, il magistrato dovette così ordinare la riesumazione perché le impronte della ragazza potessero essere escluse dalla scena del delitto). Tra le motivazioni della sentenza di assoluzione in primo grado, il giudice che emise la sentenza (il processo fu con rito abbreviato) scrisse &#8220;Non c&#8217;è congrua prova del movente&#8221;. E poi: &#8220;Privo di evidenti contraddizioni il racconto complessivo di Alberto in  merito alle ore trascorse la sera in compagnia di Chiara&#8221;. Ancora: &#8220;Il quadro indiziario è altamente insufficiente&#8221;.</p>
<p>Ora la Procura chiede 30 anni di reclusione e chiede che ad Alberto Stasi venga contestata l&#8217;aggravante della crudeltà. Dice però anche che &#8220;Rimane fermo che non c&#8217;è il movente&#8221;. Il movente, quindi, manca  (in primo grado era stato ipotizzato che Chiara Poggi avesse trovato nel computer di Alberto alcuni film pornografici) e nuove prove sembrano non esserci. La procura ha però scoperto che nella notte  tra l&#8217;11 e il 12 agosto, intorno alle 2, 31 ore  prima del delitto, Stasi avrebbe mandato un sms a un amico e poi l&#8217;avrebbe cancellato dal  telefonino. Anche l&#8217;amico l&#8217;avrebbe cancellato dal suo cellulare e nessuno dei due ragazzi ha mai parlato di questo messaggio agli  inquirenti. Per l&#8217;accusa in quel messaggio Stasi segnalò all&#8217;amico &#8220;un&#8217;emergenza&#8221;. Già, ma quale emergenza?</p>
<p>La procura chiede che, se non ci fosse la condanna, venga comunque riaperto un dibattimento e ordinate nuove perizie soprattutto sui due gradini delle scale della cantina dove venne ritrovato il corpo di Chiara. Alberto disse di aver percorso quei due gradini quando ritrovò il corpo di Chiara. Uno degli elementi più controversi dell&#8217;indagine è il fatto che le scarpe che Stasi consegnò ai carabinieri non presentavano nessuna traccia di sangue sulle suole. L&#8217;accusa ha sempre detto: se fosse vero il suo racconto le scarpe avrebbero dovuto sporcarsi, altrimenti significa che il ragazzo ha consegnato un paio di scarpe diverse da quelle che indossava quel giorno. E se lo ha fatto significa che è colpevole. Ci furono perizie e contro perizie, la difesa ha sempre sostenuto che le scarpe avrebbero anche potuto non trattenere le tracce di sangue e che comunque sugli scalini il sangue era già essiccato. Da qui la richiesta di una nuova perizia: verranno analizzate le fotografie scattate dalla scientifica quel giorno, se il sangue era realmente essiccato vorrà dire che Stasi ha probabilmente detto la verità. Se le macchie di sangue non erano invece secche, le scarpe avrebbero dovuto sporcarsi e quindi Stasi potrebbe aver mentito. Il 6 dicembre è il giorno in i la giuria emetterà la sentenza.</p>
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		<title>Il processo per il delitto di Garlasco ruota ancora intorno ai video pronografici scaricati da Alberto Stasi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 15:41:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Grandi processi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, ruota ancora, essenzialmente, sui celebri video pornografici ritrovati nel computer del fidanzato di Chiara, Alberto Stasi. La teoria dell&#8217;accusa non è cambiata rispetto al processo di primo grado: Chiara Poggi avrebbe trovato i video scaricati da Alberto e da lì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, ruota ancora, essenzialmente, sui celebri video pornografici ritrovati nel computer del fidanzato di Chiara, Alberto Stasi. La teoria dell&#8217;accusa non è cambiata rispetto al processo di primo grado: Chiara Poggi avrebbe trovato i video scaricati da Alberto e da lì sarebbe nata la lite poi degenerata nell&#8217;aggressione del ragazzo ai danni della fidanzata. La Difesa di Stasi è pronta a replicare: tra i due ragazzi non c&#8217;era nessun tabù, l&#8217;intesa sessuale tra Chiara e Alberto era forte, tanto che i due ne parlavano apertamente anche dialogando in Internet. Per provarlo gli avvocati presentano la tarscrizione di una chat tra Chiara e Alberto. Il dialogo è datato 17 settembre 2006: &#8220;Tato, che cosa fai oggi?&#8221; &#8220;Navigo un po&#8217; in Internet. Senti posso scaricare qualche filmino porno? Non so sia il caso visto che dobbiamo trasferire quasi un giga&#8221;. &#8220;Vedi tu, basta che non mi rallenti il trasferimento&#8221; &#8220;Appunto&#8221; &#8220;Riappunto&#8221;.</p>
<p>L&#8217;accusa chiederà poi altre perizie sulla camminata di Alberto Stasi e nuove testimonianze. Ma la questione dei video pornografici resta comunque centrale nel processo.</p>
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		<title>Amanda Knox e Raffaele Sollecito, arrivano i giorni decisivi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 11:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 23 riprenderà a Perugia il processo d&#8217;appello per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, dichiarati colpevoli in primo grado dell&#8217;omicidio di Meredith Kercher e condannati rispettivamente a 26 e a 25 anni di carcere. L&#8217;omicidio avvenne nella notte tra 1 e 2  novembre 2007 in una villetta di via della Pergola, a Perugia. Knox e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4923" href="http://www.kronaka.it/2011/09/05/a-perugia-un-perito-della-corte-dice-%c2%abquel-dna-potrebbe-anche-essere-mio%c2%bb/amanda-knox-4/"><img class="alignleft size-full wp-image-4923" title="Amanda Knox" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2011/09/Amanda-Knox.jpeg" alt="" width="280" height="172" /></a>Il 23 riprenderà a Perugia il processo d&#8217;appello per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, dichiarati colpevoli in primo grado dell&#8217;omicidio di Meredith Kercher e condannati rispettivamente a 26 e a 25 anni di carcere. L&#8217;omicidio avvenne nella notte tra 1 e 2  novembre 2007 in una villetta di via della Pergola, a Perugia. Knox e Sollecito vennero arrestati quattro giorni dopo, sono in carcere da allora. Ho scritto molto di questa storia, anche sul Post. E ho sempre espresso un sacco di dubbi su come si era concluso il processo di primo grado. Secondo me esisteva un ragionevole dubbio grande come una casa, c&#8217;era sempre stato, era diventato più grande man mano che il processo andava avanti. Credo che Amanda Knox e Raffaele Sollecito siano innocenti.  Lo credo in base a ciò che ho letto, ascoltato, visto. Ogni volta che ho scritto questa cosa, e cioè che credevo all&#8217;innocenza dei due, mi sono arrivati interventi del tipo &#8220;certo, sono due figli di papà, possono pagare bravi avvocati&#8221;, &#8220;e così il colpevole sarebbe solo Rudy Guede, nero, povero e senza famiglia&#8221;  o ancora &#8220;gli americani criticano la giustizia italiana però hanno la pena di morte&#8221;. Cose così, insomma. Dopo l&#8217;arresto di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, Tv e giornali tirarono fuori l&#8217;armamentario intero parlando di &#8220;fidanzatini diabolici&#8221;. Lei divenne &#8220;Foxy knoxy&#8221;, lui &#8220;faccia d&#8217;angelo&#8221;. Soprattutto sulla ragazza si accanirono, la descrissero come una dark lady (a 19 anni?), mangiatrice di uomini a ripetizione. Intrepidi giornalisti italiani si avventurarono a Seattle, alla Washington University, chiedendo a qualsiasi essere umano di sesso maschile se avesse fatto sesso con Amanda Knox. La stessa Amanda era ovviamente fumatrice di canne a ripetizione e chissà cos&#8217;altro. Insomma, come ho già scritto, Amanda Knox e Raffaele Sollecito erano fatti a forma di colpevoli. Eccoli lì, perfetti per il ruolo.<br />
Una cosa simile avveniva, nello stesso periodo, qualche centinaio di chilometri più a Nord, per un altro brutto fatto di cronaca. A Garlasco, il 13 agosto 2007, era stata assassinata, mentre si trovava a casa, Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni. Unico sospettato è il suo  fidanzato, Alberto Stasi. Di lui dicono che ha gli occhi di ghiaccio, che è freddo, che non ha pianto per la morte della sua fidanzata, che ascoltando la registrazione della sua voce che chiamava il 118 si capiva che non esprimeva nessuna angoscia. Nel suo computer, si disse, c&#8217;erano filmati per pedofili. Poi le indagini conclusero che quei file in realtà non erano stati scaricati ma erano rimasti &#8220;intrappolati&#8221; mentre Stasi guardava filmini porno. Insomma, anche Stasi era fatto a forma di colpevole.<br />
Quando fu il momento del processo, abbreviato, il giudice dell&#8217;udienza preliminare fece una cosa che dovrebbe essere normale ma che invece a volte non lo è. Sgomberò il campo da &#8220;occhi di ghiaccio&#8221; e &#8220;sguardi freddi&#8221;. Disse: «Contano le prove». Solo che tutta quella mole di analisi, di test scientifici, non lo convinceva. Così ne chiese altri e altri ancora, approfondì tutto. Alberto Stasi fu assolto in base all&#8217;articolo 530, secondo comma, del codice penale, quello che stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione &#8220;quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova&#8221;. La vecchia formula dell&#8217;insufficienza di prove, insomma. Il ragionevole dubbio.<br />
A Perugia, nel processo di primo grado, le difese di Knox e Sollecito chiesero alla giuria di nominare periti super partes, la giuria rifiutò. C&#8217;erano le perizie della polizia scientifica, e tanto bastava. Ora, in secondo grado, il presidente della giuria ha invece nominato due periti super partes che hanno esaminato le analisi già effettuate e, di fatto, le hanno smontate. Sarebbe lunghissimo parlare qui di amplificazione del Dna, analisi irripetibili e altro. L&#8217;accusa è sempre convinta della colpevolezza di Amanda Knox e Raffaele Sollecito ma i due periti della giuria hanno detto che non c&#8217;è nessuna prova della loro presenza nella casa del delitto. Sul coltello da cucina indicato come arma del delitto, inoltre, secondo i periti, il Dna di Meredith Kercher proprio non ci sarebbe. Altro che ragionevole dubbio. Tanto che molti giornali inglesi e americani, e anche alcuni italiani, parlano ormai di assoluzione certa.<br />
La sentenza arriverà presto, entro fine settembre, al massimo ai primi di ottobre. È possibile (molto possibile) che Amanda Knox e Raffaele Sollecito tra non molto tornino liberi. Resterebbe, in quel caso, il piccolo problemino di oltre 1400 giorni passati &#8220;al gabbio&#8221;, come si dice. E, cosa parecchio importante, resterebbe anche da capire che cosa realmente accadde, in via della Pergola, nella notte tra 1 e 2 novembre 2007.</p>
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		<title>La storia di Garlasco così come l&#8217;ha raccontata Kronaka</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 16:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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Ecco parte del primo capitolo di Kronaka, parla di che cosa accadde a Garlasco il 13 agosto di quattro anni fa.
I fari delle Rotonde di Garlasco sparano nel buio verso il cielo, le colonne luminose sono richiami nella pianura. Quando c’è nebbia, e qui eccome se ce n’è d’inverno, anche la luce artificiale fatica a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.kronaka.it/2010/08/13/13-agosto-2007-sono-passati-quattro-anni-e-chaira-poggi-e-ancora-li-su-quelle-scale-insanguinate/chiara-140x180-thumb/" rel="attachment wp-att-2295"><img src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2010/08/chiara-140x180-thumb.jpg" alt="" title="chiara--140x180-thumb" width="400" height="514" class="alignleft size-full wp-image-2295" /></a></p>
<p>Ecco parte del primo capitolo di Kronaka, parla di che cosa accadde a Garlasco il 13 agosto di quattro anni fa.<br />
I fari delle Rotonde di Garlasco sparano nel buio verso il cielo, le colonne luminose sono richiami nella pianura. Quando c’è nebbia, e qui eccome se ce n’è d’inverno, anche la luce artificiale fatica a conquistarsi la strada, la nebbia intorno sembra fumo. Se si potesse guardare dall’alto questo punto di Pianura Padana nelle sere lunghe del sabato, si vedrebbero infinite colonne di fari rossi che dall’uscita dell’autostrada A7 Milano-Genova s’incolonnano diligenti verso i grandi parcheggi di questa discoteca-tempio. Quando la inaugurarono, nel 1964, in mezzo alle risaie della Lomellina, la gente si chiedeva chi mai ci sarebbe venuto fino a qui. E invece ci vennero in tanti e continuano a venirci, tra fine anni sessanta e settanta Le Rotonde di Garlasco fu il Piper del Nord-Ovest. Ci sono foto di tutti i cantanti dell’epoca, l’unica che non ci ha mai messo piede è Mina perché suo fratello Alfredo morì in un incidente di macchina qui vicino, sulla statale tra Pavia e Cremona, e lei queste strade non ha mai più voluto rivederle. Alla fine degli anni settanta su uno dei palchi delle Rotonde cantò anche Madonna, ma non la conosceva nessuno, la mandarono via velocemente. Negli anni ottanta la domenica pomeriggio c’era la fila di ragazzi in auto che passavano puntuali da queste parti per caricare le ragazze che uscivano dalla discoteca e facevano l’autostop.</p>
<p>I tempi sono cambiati, ora le attrazioni sono gli ex del Grande Fratello, se va bene Fabrizio Corona: prendono una manciata di euro per venire qui e farsi vedere, c’è passata anche Ruby Rubacuori, quella che doveva essere la nipote di Mubarak. Al sabato, di notte, fino all’alba, lungo le strade che si allontanano dalle Rotonde e dalle altre discoteche della zona, carabinieri e polizia presidiano il territorio, con i loro giubbotti catarifrangenti. Non c’è ragazzo sotto i venticinque anni di queste parti che non abbia dovuto fare la prova del palloncino. A volte i controlli non bastano, a volte qualcuno ci rimette la pelle.<br />
Se si potesse guardare dall’alto questo piccolo punto di Pianura Padana il mercoledì sera, si vedrebbero invece le lunghe colonne dei fari rossi delle auto che attraversano le strade strette per puntare verso il limite del paese, al santuario della Bozzola. Al mercoledì sera si fanno miracoli, guariscono le ragazze anoressiche. Quando è inverno il santuario si scorge appena in mezzo alla nebbia, tra case e campagna. È dalla metà degli anni novanta che questo posto è una meta per malate moderne scortate dalle famiglie in cerca di riti antichi. La preghiera della guarigione è alle nove, raccontano che dopo la funzione anche le ragazze più magre provino strane sensazioni allo stomaco, dicono che sia fame. La gente di Garlasco guarda da lontano, un po’ infastidita. Ma le auto arrivano anche cariche di bottiglie e damigiane vuote, c’è un pozzo da queste parti che esiste da sempre, ora si dice che la sua acqua sia miracolosa. Il pozzo non è di tutti, è del signor Ivo Pignatti, giura che l’acqua fa miracoli veri, che tanta gente è guarita dal fuoco di sant’Antonio: «Ti lavi con quest’acqua», dice, «e sparisce tutto». In tanti ci credono, vengono da fuori, anche se la Chiesa tace e un giorno la Asl ha mandato i suoi ispettori a chiudere i rubinetti perché aveva trovato tracce di diserbanti nell’acqua dei miracoli.<br />
Garlasco è un punto di passaggio, un punto piccolo in mezzo a una pianura, la Lomellina, a sua volta persa nella grande Pianura Padana. Pavia è attaccata, solo venti chilometri, Milano è a meno di mezz’ora d’auto. Poi c’è Vigevano, ci si arriva anche in bicicletta, basta seguire il Ticino. A volte sembra vero che fin da Pavia si senta il mare, come canta Ivano Fossati. Lungo la Statale dei Giovi ci passavano lente le Fiat 1100 e le Seicento quando l’autostrada ancora non era stata inaugurata. Il Piemonte è lì dietro, le colline poco lontane. Quello che si sente davvero in questi territori è l’umidità, la Lomellina è terra d’acqua, era una grande palude un tempo, furono i monaci nel Medioevo a bonificare col duro lavoro tante marcite: dai fiumi sono nati centinaia di canali e rogge, un reticolo infinito d’acqua. Dall’alto sembra una grande nervatura che si irradia in ogni angolo di terra. Anche le leggende sono legate all’acqua, raccontano che ad Albonese, venti chilometri da Garlasco, da un fontanile uscisse un mostro. Ma era un mostro buono che salvò un bambino dalle acque cattive che volevano prenderselo. Leggende più strane e moderne dicono che la Lomellina sia terra di atterraggio di ufo. E per questo a Remondò, che da Garlasco è a soli dieci chilometri, gli americani avrebbero installato un potentissimo radar: lo dice il Centro ufologico italiano. Di certo c’è che in queste terre ci passò un bel po’ di storia: nelle paludi si scontrarono gli uomini di Annibale e quelli di Scipione e poi, nel 1700, i franco-piemontesi e gli spagnoli. Ne è corso tanto di sangue in questi prati marcitori da cui oggi esce ancora tanta nebbia che sembra poter coprire il mondo intero.<br />
Questi posti li fece conoscere Lucio Mastronardi. Nel Maestro di Vigevano dipinse con le parole la nebbia e l’angoscia, descrisse il lavoro nelle “fabbrichette” di calzature, la fatica dei piccoli imprenditori e degli artigiani, la vita durache un tempo ti ripagava a fine mese ma ora invece chissà, è tutto più difficile. Racconta il libro, e poi lo raccontò in un film Pietro Germi, con Alberto Sordi a fare il lombardo triste e sconfitto, la storia del maestro Mombelli, travolto dall’Italia del boom economico, convinto dalla moglie a smettere di insegnare e ad aprire una “fabbrichetta” di scarpe. Tornerà all’insegnamento il maestro Mombelli, lasciando un mondo che per lui è troppo duro e cinico. Al nuovo esame d’idoneità per tornare a fare il maestro declamerà D’Annunzio: «Fa’ di te stesso un’isola» ma anche «I biscotti italiani sono migliori dei migliori inglesi». Finirà malissimo Mastronardi: morirà suicida nel 1979. Qualcuno un giorno lo vide passeggiare avanti e indietro sul ponte del Ticino: lo ritrovarono ore dopo, annegato, sul greto del fiume.<br />
Di piccole fabbriche di scarpe ne aprirono tante da queste parti a partire dagli anni cinquanta: sembrava che il boom economico non dovesse finire mai. Vigevano divenne in tutta Italia la “capitale della scarpa”, le esportazioni all’estero crescevano e crescevano. Lavoro furibondo, intuito, un po’ di voglia d’avventura: questa era la formula. Raccontava Mastronardi nel suo libro di come allora i maestri si disputassero i figli più “pregiati”: «Tu passi a me il figlio dell’industriale, io ti passo tre figli di artigiani». «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non ne ho viste». Così iniziava un reportage di Giorgio Bocca da Vigevano. Continuava così: «Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una in via del Popolo: se capitava un cliente forestiero, il libraio lo guardava con diffidente stupore. Chiusa per fallimento, da più di un anno». Bocca raccontava di posti dove «i contadini possono diventare ciabattini e i ciabattini industriali nel giro di poche settimane». Così era Vigevano: «Avanti popolo, la ricchezza è a portata di mano, di fallimento non si muore e se va bene va bene».<br />
Alla fine degli anni novanta le piccole fabbriche iniziarono a chiudere. Colpa dei cinesi, dicono da queste parti. Colpa delle grandi industrie che vanno a produrre all’Est, aggiungono. I piccoli imprenditori della Lomellina l’hanno imparato sulla propria pelle che cosa significa il termine delocalizzazione. Resistono, ma a fatica, gli agricoltori, i proprietari di risaie e allevamenti. Ma la maggior parte della gente alla mattina prende il treno, va a lavorare a Milano. Dall’alba i treni si affollano, scalo a Pavia e poi Milano, meno di un’ora in tutto. D’inverno i vagoni sono gelati, la condensa cristallizza l’odore di caffè. D’estate si soffoca. I bagni dei treni interregionali sono inutilizzabili, i pendolari protestano regolarmente ma non cambia mai nulla. Avanti e indietro, ogni giorno.<br />
Gli studenti prendono l’autobus, partono da piazza Vittoria, di fronte al parco giochi, e arrivano in viale Famagosta, a Milano. Sono 50<br />
minuti, spesso stretti come sardine. Ogni anno, a settembre, comitati di cittadini chiedono di aumentare il numero di mezzi, la risposta è sempre la stessa: non si può, è antieconomico. Tanti ragazzi studiano a Pavia: c’è una delle università più antiche d’Europa, è prestigiosa. E poi Pavia porta bene, ci abitò anche Albert Einstein, quando aveva quindici anni: in via Foscolo scrisse il suo primo articolo scientifico. Sono cambiati molto questi posti, è cambiata molto Garlasco negli ultimi trent’anni, un tempo era un feudo rosso, poi negli anni novanta è arrivata la Lega a spazzare via tutto. Nel 2006 in paese è tornata con fatica una giunta di centrosinistra, una delle poche eccezioni in un oceano verde e azzurro. Ma alle ultime elezioni politiche la lista che univa Popolo della Libertà e Lega è andata oltre il 70 per cento.<br />
Se, ancora una volta, si potesse guardare Garlasco dall’alto, si potrebbe scorgere un piccolo quartiere di villette nuove, quasi al limite del paese. Ci vivono le famiglie di artigiani e piccoli imprenditori, quelli che si sono costruiti la piccola attività, hanno investito i risparmi in queste case circondate da giardinetti piccoli e ben curati, sui cancelli le targhette avvertono “Attenti al cane” e spesso casa e azienda sono la stessa cosa, tra piano terra e primo piano. E guardando bene dall’alto, avvicinandosi piano, si potrebbe scorgere una via piccola e stretta, senza uscita, via Pascoli, e al numero 8 un cancello conosciuto e una porta vista mille volte, però in miniatura, una casa diventata plastico, modello, sezionata in trasmissioni televisive con sguardi che dalle poltrone bianche si muovono frenetici tra telecamere e piccole figurine immobili.<br />
Le dita si agitano lungo il perimetro in scala, le voci concitate scoprono: «Ecco, Chiara Poggi era lì», «Ecco, la bicicletta era appoggiata in quel punto». Bisogna tornare verso l’alto per allontanarsi dalle voci e vedere che quella villetta ricomincia a essere casa vera e non un plastico di figurine. Intorno ci sono i 9.000 abitanti di Garlasco e le risaie e poi, più in là, Milano, enorme, che si mangia strade e paesi e arriva ad annettersi tutto. Bisognerebbe allargare lo sguardo dai tetti di quelle villette e osservarlo tutto dall’alto questo Nord così poco comprensibile per chi è lontano. E allora ci si potrebbe immaginare un giorno preciso, il 13 agosto 2007: guardando bene si vedrebbero giornalisti e curiosi assiepati dietro le transenne piazzate dai carabinieri in via Pascoli. Si potrebbero vedere tante figure entrare e uscire dal cancello del numero 8, figure in divisa che si muovono veloci. È quello ora il luogo più famoso di Garlasco, è qui che un giorno torrido d’estate iniziò il grande show, lo spettacolo della vita e della morte che trasformò questo paese nella capitale del Nord oscuro, quello cattivo. Ci passeranno tutti in questo show, intorno al corpo di una donna morta giovane.<br />
Protagonisti e comparse, criminologi e carabinieri inesperti, gemelle in cerca di fama e di qualche fotografia, maghi e veggenti, truffatori e ciarlatani. Ci passeranno decine di periti. Ci passerà Fabrizio Corona a cercare di scritturare qualcuno da vendere poi nel grande circo della realtà. Lui che ha fatto fotografare migliaia di vip, semivip, aspiranti vip per repertarli in una grande corte dei miracoli, ha capito che adesso è la realtà che tira, è la realtà che vende. E più la realtà è brutta e oscura e più va forte. E tutto parte da qui, da questa piccola via di Garlasco, da una scala stretta che va verso la “tavernetta” di casa Poggi. Dal corpo di una ragazza immobile su quelle scale, nel sangue.<br />
Bisogna immaginarselo questo posto nel giorno che precede di quarantott’ore il Ferragosto. Le famiglie sono via, in Liguria o sulla riviera adriatica: una settimana, dieci giorni, non di più perché i soldi bisogna risparmiarli, non è più come un tempo che si stava via tutto agosto. Il caldo è pesante, peggio che al Sud, sale dall’asfalto delle strade e si abbraccia col cielo basso e afoso. I bar sono chiusi e così i negozi, in giro non c’è nessuno e chi è abituato a vedere questi paesi muoversi veloci dal mattino alla sera si scopre a provare un po’ d’angoscia nel guardare le strade deserte, l’erba dei prati ingiallita e secca, i bar e i negozi chiusi, i cartelli attaccati alle cler, che così chiamano in Lombardia le serrande, con l’immancabile ombrellone disegnato e la scritta “Si riapre il 28-08”. I rumori sono pochi e attutiti, si sentono gli squilli del telefono dalle case deserte dei vicini, i cani non abbaiano, sono al mare con i padroni oppure in qualche pensione per animali della zona.<br />
In paese sono rimasti in pochi, gli studenti che preparano gli esami, gli anziani, sentinelle vigili dietro le tapparelle chiuse per non far entrare la luce. Le famiglie che non riescono a partire per le vacanze il sabato e la domenica cercano un alito di fresco sotto il ponte della Becca, dove il Ticino confluisce nel Po. È un ponte bellissimo, storico, fatto di metallo: con le grandi piogge del novembre 2010 è venuto via un pezzo, hanno dovuto chiuderlo. Come a Pompei, certo meno storico e meno famoso. Ma chi abita da queste parti l’ha presa male, il ponte della Becca fa parte della storia di questi luoghi.<br />
È in un giorno così che entrano in scena i personaggi di questa vicenda brutta e famosa. È passata da poco l’ora di pranzo quando un ragazzo compone sul suo cellulare il 118, il numero delle emergenze. Dice: «Mi serve un’ambulanza in via Pascoli a Garlasco». Poi: «Credo che abbiano ucciso una persona, ma non sono sicuro, forse è viva». L’operatore chiede: «Ma lei cosa vede, cosa è successo?». «C’è sangue dappertutto, lei è per terra». «Ma in strada o in casa?». «No, in casa». «Ma è una sua parente?». «È la mia fidanzata». «Lei è in casa adesso?». «No, sono in caserma, sono arrivato adesso, ora racconto quello che è successo».<br />
Il ragazzo si chiama Alberto Stasi, ha ventiquattro anni, è biondo e ha gli occhi azzurri. Gli occhi: quanto se ne parlerà di quegli occhi, dimenticando a volte indizi e prove e buttando parole e parole su uno sguardo. E quanto si parlerà di quella telefonata; in tanti, avidamente, negli anni a seguire andranno a cercare l’audio in Internet per ascoltare la voce di Alberto che chiede aiuto. «Non c’è dolore in quella voce», diranno in tanti, «non c’è paura, non c’è angoscia». La storia che racconta Alberto è semplice: «Ho chiamato più volte Chiara, non mi rispondeva. Alla fine sono andato a vedere, ho scavalcato il cancello, sono entrato in casa sua. C’era sangue, Chiara era lì, in pigiama, dietro la porta della cantina. Ho dato l’allarme». È la versione del ragazzo, non la cambierà mai.<br />
Il 13 agosto la notizia che a Garlasco c’è stato un omicidio viaggia veloce, dal paese arriva nei luoghi di vacanza. Da Falzes, sulle montagne del Trentino, parte sconvolta la famiglia Poggi. I genitori di Alberto Stasi sono a Spotorno, hanno una casa: prendono l’auto e in tutta fretta arrivano a Garlasco. I carabinieri controllano, fotografano, repertano, cercano di capirci qualcosa. Cento persone verranno interrogate, nessuno ha visto nulla di utile. La gente di Garlasco in quelle giornate umide e calde si rintana nelle case. Qui ormai nessuno crede più che il male sia lontano, che sia solo laggiù, in fondo all’autostrada, nella grande città. Uscita Milano, uscita paura. No, non è più così. Qualche settimana prima del 13 agosto Garlasco era già finita sui giornali per un fatto grave, drammatico. Era successo che un uomo di settantadue anni si era convinto che la moglie, sessantanovenne invalida, lo tradisse con un vicino di casa, un ivoriano di quarant’anni. Così una sera aveva aperto la porta di casa del vicino e aveva sparato, su di lui e su un’amica di ventitre anni che era in casa. Poi aveva sparato anche alla moglie, senza colpirla. Un anno dopo i giornali torneranno a occuparsi di quel brutto fatto: la ragazza, amica dell’ivoriano, era rimasta in coma quattro mesi e aveva subito otto operazioni per le ferite al volto, alle braccia, alla colonna vertebrale. Le era stato dato il permesso di soggiorno ma, contemporaneamente, anche la parcella per le spese mediche: «Funziona così», le dissero. L’uomo che aveva sparato, Vincenzo Lamoglie, venne condannato a nove anni, lo dichiararono semi infermo di mente. «L’è matt», dissero in paese, «è matto».<br />
Ma questa volta è diverso, qui non c’è un matto di mezzo, qui c’è solo un feroce assassino. Chiara Poggi era di qui, una del paese, una di Garlasco. L’hanno ammazzata. Perché? Chi è stato?<br />
***<br />
È uscito per Laterza Kronaka. Viaggio nel cuore oscuro del Nord, di Stefano Nazzi, un’analisi delle storie di cronaca che hanno segnato il Nord Italia, tra Lombardia e Veneto. Nazzi fa il giornalista per il settimanale Gente, ha un blog che si chiama Kronaka, e un blog sul Post, in cui scrive di Italia e storie di cronaca nera.</p>
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		<title>Alberto Stasi di nuovo a processo il prossimo 8 novembre</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 14:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È stato fissato il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco. L&#8217;8 novembre Alberto Stasi tornerà in aula come unico indagato per l&#8217;omicidio della sua ex fidanzata. In primo grado Stasi è stato assolto.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-401" href="http://www.kronaka.it/2010/02/09/alberto-stasi-si-sgonfiano-le-accuse-per-la-pedopornografia/images-12/"><img class="alignleft size-full wp-image-401" title="stasi" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2010/02/images2.jpg" alt="" width="116" height="89" /></a>È stato fissato il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di <a href="http://www.kronaka.it/2010/05/01/i-genitori-di-chiara-poggi-sono-convinti-lassassino-e-alberto-stasi/">Chiara Poggi</a>, uccisa il 13 agosto 2007 a <a href="http://www.kronaka.it/2010/08/01/un-film-su-alberto-stasi-e-il-13-agosto-saranno-tre-anni-dalla-morte-di-chiara/">Garlasco</a>. L&#8217;8 novembre Alberto Stasi tornerà in aula come unico <a href="http://www.kronaka.it/2011/05/10/i-cori-per-alberto-stasi-sono-osceni-come-le-disucssioni-intorno-ai-modellini-della-villetat-di-garlasco/">indagato</a> per l&#8217;omicidio della sua ex fidanzata. In primo grado <a href="http://www.kronaka.it/2010/04/03/alberto-stasi-si-aspetta-delle-scuse-e-come-dargli-torto/">Stasi</a> è stato assolto.</p>
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		<title>I cori per Alberto Stasi sono osceni. Come le discussioni intorno ai modellini della villetta di Garlasco</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 13:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4347" href="http://www.kronaka.it/2011/05/10/i-cori-per-alberto-stasi-sono-osceni-come-le-disucssioni-intorno-ai-modellini-della-villetat-di-garlasco/alberto-stasi-98-thumb/"><img class="alignleft size-full wp-image-4347" title="alberto stasi 98-thumb" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2011/05/alberto-stasi-98-thumb.jpg" alt="" width="400" height="309" /></a>Quanti saranno stati? Venti? Trenta? Magari anche meno. Stupidi, senza dubbio. Idioti nel loro cinismo.Hanno intonato  un coro che faceva così: «Alberto salta il cancellino, uccidi Chiara con il coltellino. <a href="http://www.kronaka.it/2010/08/13/13-agosto-2007-sono-passati-quattro-anni-e-chaira-poggi-e-ancora-li-su-quelle-scale-insanguinate/">Stasi</a> alè alè». L&#8217;hanno cantata sui pochi e piccoli spalti dello stadio di Garlasco dove si stavano incontrando la squadra di casa e quella del Motta Visconti, paese vicino. Squadre under 17. Ha vinto il Motta Visconti 2-1. E sono stati proprio i tifosi del Motta a cantare. Ora i quotidiani on line danno grande spazio alla notizia. Titolano: &#8220;Il coro shock&#8221;. Già ce li vediamo, psicologi e opinionisti a parlare e a discutere. Magari gli stessi psicologi e opinionisti che per mesi sono stati seduti su  poltrone televisive a dividersi in innocentisti e colpevolisti. A emettere sentenze senza sapere nulla, capendo poco. Le ricordate le dita che scivolano su quel modellino della villetta di Garlasco? Ricordate quelle descrizioni mentre l&#8217;indice punta su una piccola scala in miniatura? «Ecco, Chiara era qui», «Ecco, l&#8217;assassino è entrato da qui». E le discussioni sugli occhi di Alberto Stasi? Sul suo sguardo per cui sono stati usati tutti gli aggettivi del mondo: freddo, pietrificato, distaccato&#8230;. Il giorno della sentenza quando il giudice pronunciò la parole che significavano assoluzione, negli studi televisivi calò il silenzio. Perché in quegli studi, da quegli esperti, la sentenza era già stata emessa: colpevole. E ancora parole, parole, parole&#8230;I cori di venti ragazzi stupidi alla stadio di Garlasco non sono altro che il completamento di una rappresentazione che va in scena da tempo, dall&#8217;agosto 2007, quando <a href="http://www.kronaka.it/2010/05/01/i-genitori-di-chiara-poggi-sono-convinti-lassassino-e-alberto-stasi/">Chiara Poggi</a> fu uccisa. Provate a guardarlo di nuovo il modellino in scala della villetta, riguardate le dita che si muovono a indicare, e le voci che si sovrappongono e litigano: «è colpevole», «è troppo distaccato, troppo freddo», «chi altro può essere stato?», «Chiara aveva scoperto i suoi terribili segreti». Immaginate ora quel coro stupido in sottofondo, dietro quelle voci, oltre quelle immagini. Vi sembra davvero più osceno di tutto il resto?</p>
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		<title>Rinviato al 5 luglio il processo ad Alberto Stasi per  i video pedopornografici</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 15:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella girandola infinita di processi per casi di cronaca  che si alternano in Italia,  oggi tocca ad Alberto Stasi. È iniziato a Vigevano il processo che lo vede accusato di detenzione di video perdopornografici. L&#8217;accusa riguarda cinque frammenti di video trovati sul computer portatile  di Stasi (oltre a quattro recuperati sul disco rigido esterno) che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3384" href="http://www.kronaka.it/2010/12/21/alberto-stasi-processato-per-detezione-di-video-pedopornografici/funerale-chiara-poggi/"><img class="alignleft size-full wp-image-3384" title="FUNERALE CHIARA POGGI" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2010/12/alberto-stasi.jpg" alt="" width="230" height="200" /></a>Nella girandola infinita di processi per casi di cronaca  che si alternano in Italia,  oggi tocca ad Alberto Stasi. È iniziato a Vigevano il processo che lo vede accusato di detenzione di video perdopornografici. L&#8217;accusa riguarda cinque frammenti di video trovati sul computer portatile  di Stasi (oltre a quattro recuperati sul disco rigido esterno) che ritraggono  bambini in tenera età in atti sessuali con altro minorenni e con adulti. L&#8217;udienza si tiene a porte chiuse.</p>
<p>Nel dicembre di un anno fa Stasi venne assolto dall&#8217;accusa di aver ucciso la sua fidanzata, Chiara Poggi.</p>
<p>Il processo è stato subito rinviato al 5 luglio.</p>
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