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	<description>Le storie. Il blog di Stefano Nazzi</description>
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		<title>Omicidio di Alessandro Mathas: indagini concluse, due le accuse per la madre, Katerina</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 09:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è completamente ribaltata la situazione processuale di Katerina Mathas. È infatti arrivato l&#8217;avviso di conclusione delle indagini. Le accuse nei suoi confronti sono due, alternative tra loro: concorso in omicidio volontario pluriaggravato o abbandono di minore conseguente la morte. La doppia accusa deriva dalle decisioni e motivazioni di primo e secondo grado che avevano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è completamente ribaltata la situazione processuale di Katerina Mathas. È infatti arrivato l&#8217;avviso di conclusione delle indagini. Le accuse nei suoi confronti sono due, alternative tra loro: concorso in omicidio volontario pluriaggravato o abbandono di minore conseguente la morte. La doppia accusa deriva dalle decisioni e motivazioni di primo e secondo grado che avevano visto prima<strong></strong> condannare a 26 anni di carcere e poi assolvere Giovanni Antonio Rasero, il broker e amante della Mathas.</p>
<p>La vicenda, terribile, si svolse nella notte tra 15 e 16 aprile in un residence di Nervi: Alessandro Mathas, il figlio di Katerina, venne ucciso di botte. Aveva soli otto mesi. Gli inquirenti in un primo momento credettero alla mamma di Alessandro che accusò il suo compagno di quella notte, Rasero. Già però alla lettura della sentenza che vide l&#8217;assoluzione di Rasero, la giuria fece capire che si sarebbe dovuto indagare nuovamente sulla donna, troppo presto scagionata. Le motivazioni della sentenza confermarono quanto già era emerso. Non può, secondo la giuria, prevalere l’ipotesi di una «diretta» ed «esclusiva» responsabilità di Rasero vista la «mancanza di precisi e univoci indizi». Non solo, anche l’ipotesi di omicidio in corncorso «è una generica conclusione», «è francamente arduo», c’è scritto nelle motivazioni, « dare per scontato e quindi ritenere provato un concorso di persone nel reato». La conclusione è che «è assolutamente evidente che esistono seri indizi di reità nei confronti della Mathas», «Anzi, in considerazione di quanto è stato affermato a proposito della posizione di garanzia che un genitore assume nei confronti del proprio figlio, si può dire che la posizione indiziaria della Mathas assume una valenza ancora più pregnante».</p>
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		<title>A Roma spuntano i volantini che inneggiano a Renatino De Pedis, &#8220;unico vero boss romano&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 13:29:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.kronaka.it/2012/05/16/a-roma-spuntano-i-volantini-che-immeggiano-a-renatino-de-pedis-unico-vero-boss-romano/foto-420x620/" rel="attachment wp-att-5448"><img class="alignleft size-full wp-image-5448" title="foto--420x620" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2012/05/foto-420x620.jpg" alt="" width="420" height="619" /></a>Be&#8217;, questa mancava nella storia del rapimento di Emanuela Orlandi e del sospettato coinvolgimento della banda della Magliana. Nella zona intorno alla chiesa di Sant&#8217;Apollinare, dove era sepolto fino a ieri De Pedis, boss della banda (la tomba è stata riaperta nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta sulla sparizione della Orlandi) sono comparsi dei volantini che, accanto alla foto del boss, riportano la scritta: &#8220;Omaggio a Enrico Renatino De Pedis – Capo dell’Organizzazione Criminale che comandò la Capitale negli anni settanta e ottanta”. Sotto un&#8217;altra scritta: “La chiesa sapeva e sa… Ma lo Stato ha preferito disturbare l’eterno riposo di un uomo MORTO!!. E ancora: “Visto che (De Pedis) non può più parlare né per difendersi né per rivelare veramente i colpevoli di questa assurda vicenda ITALIANA”. Infine: &#8220;Bene, ORA TI LASCERANNO IN PACE UNICO VERO BOSS ROMANO&#8221;</p>
<p>Nel volantino anche un sonetto del Belli.</p>
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		<title>Caso Orlandi: a luglio i risultati sulle ossa ritrovate vicino alla tomba di Enrico De Pedis</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 13:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Arriveranno ai primi di luglio i risultati delle analisi sulle ossa, contenute in oltre 200 cassette, rinvenute accanto alla <a href="http://www.kronaka.it/2012/05/14/la-storia-di-renatino-de-pedis-boss-della-magliana-e-della-sua-sepoltura-nella-chiesa-di-santapollinare/">tomba</a> di Enrico &#8220;<a href="http://www.kronaka.it/2012/05/14/la-storia-di-renatino-de-pedis-boss-della-magliana-e-della-sua-sepoltura-nella-chiesa-di-santapollinare/">Renatino</a>&#8221; De Pedis nella chiesa di <a href="http://www.kronaka.it/2012/05/14/la-storia-di-renatino-de-pedis-boss-della-magliana-e-della-sua-sepoltura-nella-chiesa-di-santapollinare/">Sant&#8217;Apollinare</a>, a Roma. Si è detto e scritto molto sul perché De Pedis, boss sanguinario della banda della Magliana, fu sepolto in una chiesa che ospitava le tombe di papi e vescovi. E di come quella sepoltura, avvenuta nel 1990, quando De Pedis venne assassinato, possa essere collegata al mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. Ora almeno questo punto del mistero è stato affrontato. I magistrati hanno ordinato la riapertura della tomba del boss «nell&#8217;ambito delle ricerche dei resti di Emanuela Orlandi». Nessuna sorpresa per quanto riguarda il corpo contenuto nel sepolcro: l&#8217;uomo sepolto a Sant&#8217;Apollinare è De Pedis, il riconoscimento è stato effettuato subito visto che il buono stato di conservazione. Restano da analizzare le ossatrovate vicino al sepolcro. Ci sarà una prima divisione con la separazione delle ossa antiche da quelle più recenti, poi saranno tolte quelle degli uomini e infine si cercheranno quelle compatibili con la struttura di una 15enne. A quel punto verrà effettuato il test del Dna per compararlo con il codice genetico della ragazza.</p>
<p>Comunque si concluda l&#8217;esame, tra qualche mese ci sarà la decisione del giudice sul rinvio a giudizio delle quattro persone che risultano indagate per il rapimento di Emanuela Orlandi. Si tratta dell&#8217;autista e di due uomini di fiducia di Renatino, Sergio Virtù, Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, e di Sabrina Minardi che di De Pedis era la fidanzata e che è stata la prima a confermare ai magistrati il legame tra la banda della Magliana e il rapimento della ragazza.</p>
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		<title>La storia di Renatino De Pedis, boss della Magliana, e della sua sepoltura nella chiesa di Sant&#8217;Apollinare</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La tomba in cui è stato sepolto Enrico De Pedis, detto Renatino, sta per essere aperta. Si sveletà qualche segreto? Difficile. Vale però la pena di ricordare la storia del boss della banda della Magliana e di come finì sepolto nella basilica dei benefattori della chiesa.</p>
<p>Tra i tanti misteri intorno alla sparizione di Emanuela Orlandi, di cui non si sa più nulla dal giugno 1983, c&#8217;è anche uno strano giallo che riguarda uno dei capi della banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino. Che è misteriosamente sepolto nella chiesa di Sant&#8217;Apollinare, a Roma. Strano? Molto di più. Perché a Sant&#8217;Apollinare sono sepolti solo papi e grandi benefattori della Chiesa. Che ci fa un bandito, spietato e violento, lì in mezzo? Ecco la sua storia e una possibile spiegazione.</p>
<p>Il giorno del suo matrimonio Enrico De Pedis, detto Renatino, decise dove avrebbe voluto essere sepolto. Guardandosi intorno, nella basilica di Sant’Apollinare, a Roma, l’uomo che ora viene indicato da una testimone come uno degli autori del sequestro di Emanuela Orlandi disse alla ragazza che stava diventando sua moglie, Carla Di Giovanni: «Quando mi toccherà, vorrei essere sepolto qui». Dal 24 aprile 1990, Enrico De Pedis riposa a Sant’Apollinare dentro un sarcofago di marmo bianco e argento con incisa la scritta “Enrico De Pedis”.<br />
Sulla sinistra, incastonato con zaffiri, il suo nome “di battaglia”: Renato. De Pedis è l’unico a essere stato tumulato lì negli ultimi 100 anni. Ed è circondato da gente molto importante: autorevolissimi principi della Chiesa. Anche Renatino era molto importante. Un bandito molto importante. Insieme ai suoi soci, “er negro”, “l’operaietto”, “er vesuviano”, “er pantera”, “crispino”, diede vita a una delle più crudeli, efficienti e potenti organizzazioni criminali della storia italiana: hanno rapito, trafficato, ucciso, ricattato. Si dicevano: «Roma è nelle nostre mani». Non era solo Roma. Quando il 2 febbraio 1990 Enrico De Pedis venne freddato da due colpi di pistola, lasciò una montagna di denaro contante, negozi, garage, locali storici come il Jackie’O, imprese edili e immobiliari. Un impero costruito senza un solo giorno di lavoro onesto. Renatino lasciò la moglie Carla, e un’amante, Sabrina Minardi, che per pochi mesi, nel 1978, era stata consorte del calciatore Bruno Giordano. È stata Sabrina a raccontare ai magistrati di Enrico De Pedis: «Vivevamo come ne Il padrino, mi faceva mille regali: valigie Louis Vuitton piene di banconote da 100 mila lire». Sabrina Minardi ha parlato a lungo con gli inquirenti del ruolo che Renatino e gli altri della Magliana avrebbero avuto nella scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta a Roma il 23 giugno 1983. «La rapirono per fare un favore a monsignor Marcinkus». Marcinkus, il capo dello Ior, l’Istituto delle opere religiose, la Banca vaticana. Un uomo potentissimo: lo chiamavano il “banchiere di Dio”. Sabrina Minardi racconta tante cose: che Emanuela fu tenuta nei sotterranei che si snodano sotto una casa di via Pignatelli, a Roma. A fare da carceriera sarebbe stata Daniela Mobili, negli anni Ottanta molto amica di Danilo Abbrucciati, “er camaleonte”, uno dei capi della banda. Daniela Mobili abita ancora a Roma: al suo telefono risponde la figlia. Ci dice: «Lasciate in pace mia mamma, è molto malata. In questa storia non c’entra niente. Ha un alibi di ferro: nel periodo in cui sparì Emanuela Orlandi non c’era. Era in carcere». È vero: Daniela Mobili era detenuta per traffico di stupefacenti. Non è la sola incongruenza nel racconto della Minardi. Però, i sotterranei sotto la casa di via Pignatelli ci sono davvero. C’è un’intera città sotterranea. E la polizia, durante i sopralluoghi, ha anche trovato un bagno.<a href="http://www.kronaka.it/2010/02/02/emanuela-orlandi-il-mistero-del-bandito-sepolto-con-i-papi/images-1-7/" rel="attachment wp-att-307"><img title="images-1" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2010/02/images-11.jpg" alt="" width="88" height="113" /></a></p>
<p>Chi l’ha fatto costruire? A chi serviva? Carla, la vedova di De Pedis, sbotta con chi la interroga: «lasciatemi in pace, sono cose di vent’anni fa».<br />
A raccontare agli italiani che un pericoloso bandito era sepolto in mezzo a illustri e stimati personaggi fu nel 1996 il sindacato di polizia. L’aveva scoperto, rimanendo di stucco, la Dia, Direzione investigativa antimafia che indagava sulla banda della Magliana. Ma perché Renatino è sepolto lì? Il boss fu ucciso il 2 febbraio 1990. Quattro giorni dopo venne sepolto al cimitero del Verano, area 73, in un loculo di proprietà della famiglia.<br />
Il 23 marzo la vedova presentò alla direzione dei servizi funebri comunali la domanda di “estumulazione” dal Verano. Un mese dopo, Enrico De Pedis venne tumulato nella cripta di Sant’Apollinare. Decise così l’arcivescovo vicario di Roma, Ugo Poletti, che firmò una dichiarazione impegnativa: “Si attesta che il signor De Pedis è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi”. Si era forse pentito Renatino, prima di morire? No, per niente. Quando venne freddato, era stabilmente in attività. Comandava ancora sulla banda. E anzi, venne ucciso proprio perché aveva deciso di distribuire in modo diverso i soldi all’interno dell’organizzazione. Alcuni suoi complici chiamarono due killer dalla Toscana e lo freddarono.<br />
Don Pietro Vergari, rettore della basilica, ordinò: “Il lavoro di sepoltura verrà fatto da artigiani e operai specializzati in questosettore che già hanno lavorato per la tumulazione degli ultimi Sommi Pontefici in Vaticano. Sarà questa l’occasione per risanare uno degli ambienti dei sotterranei, già luogo di sepoltura dei parrocchiani, da moltissimi anni lasciati in completo abbandono”.<br />
Gli uomini che si occuparono di seppellire De Pedis furono gli stessi che avevano sepolto Paolo VI e Giovanni Paolo I. La tumulazione venne accompagnata da ampi lavori di ristrutturazione pagati dalla famiglia di De Pedis. Renatino prima e la sua famiglia dopo elargirono quindi molti soldi alla basilica di Sant’Apollinare.</p>
<p>Bastò questo a garantirgli l’onore della sepoltura? O ci sono altri motivi? C’entra davvero Emanuela Orlandi in tutta questa storia? Ha detto Giulio Andreotti: «Per Sant’Apollinare, Enrico DePedis fu un benefattore. Non per gli altri».</p>
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		<title>Juventini e no: gli scudetti sono 28 o 30? (sono 28, ovviamente)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andrea Agnelli non sta facendo molto per rendere la Juventus una squadra simpatica. Diciamo che la strategia è un po&#8217; quella del marchese del Grillo: «Io so&#8217; io e voi non siete un cazzo». Così all&#8217;ingresso dello Juventus Stadium, a Torino, è stato appeso un grande scudetto con la scritta 30. Per la giustizia sportiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Agnelli non sta facendo molto per rendere la Juventus una squadra simpatica. Diciamo che la strategia è un po&#8217; quella del marchese del Grillo: «Io so&#8217; io e voi non siete un cazzo». Così all&#8217;ingresso dello Juventus Stadium, a Torino, è stato appeso un grande scudetto con la scritta 30. Per la giustizia sportiva e per tutto il resto del mondo gli scudetti sono 28. Ci sarà una sorpresa sulle magliette, è stato detto. Immagino che la famosa terza stella in qualche modo comparirà. Insomma, i fatti sono questi: alla Juventus, in seguito allo scandalo di calciopoli del 2006, due campionati vinti sono stati revocati: quello del 2004-2005 non è stato assegnato; quello del 2005-2006 è stato assegnato all&#8217;Inter perché le prime due della classifica sono state penalizzate. Non è una questione opinabile: ci sono stati verdetti sportivi, i dirigenti juventini di allora sono stati radiati. Già, dice la Juventus oggi, «ma noi quegli scudetti li abbiamo vinti sul campo». Però il campo era quello che aveva &#8220;disegnato&#8221; Moggi.<br />
Intendiamoci, non muore nessuno se la Juventus si mette tre stelle sul petto. Qualche fischio in più sui campi dove andrà a giocare l&#8217;anno prossimo, tutto lì. Però anche questo è un bello specchio dell&#8217;Italia. Qui tutti dicono la frase di rito: «Le sentenze si rispettano» e poi però fanno assolutamente quello che gli pare. Non credo che in Inghilterra o Germania potrebbe accadere, federazione calcio e lega delle squadre di serie A prenderebbero provvedimenti. Qui per ora tutto tace: se non interverranno è come se non esistessero.<br />
E a quel punto però varrà tutto. Il Milan avrebbe potuto far girare classifiche parallele con i tre punti in più dovuti al gol di Muntari non assegnato durante MIlan-Juventus. Andando indietro la Roma potrebbe prendersi lo scudetto 1980-1981, quello del gol di Turone e della questione di centimetri. E l&#8217;Inter quello del 1997-1998 quando Iuliano buttò giù Ronaldo in area e l&#8217;arbitro si voltò dall&#8217;altra parte.<br />
E poi ci sono le storie di oggi. Seguendo questo principio una squadra che sarà eventualmente retrocessa in serie B per l&#8217;attuale scandalo scommesse potrà presentarsi l&#8217;anno prossimo sui campi di serie A dicendo «Ma noi la serie A ce la siamo conquistata sul campo».<br />
Non tutti nella Juventus sono per la linea dura. Così anche tra i tifosi: quando scoppiò lo scandalo nel 2006 la stessa componente ultras si spaccò in due tronconi, una parte difese la società senza se e senza ma, un&#8217;altra, consistente, contestò Moggi, Bettega e Giraudo. Credo che quella curva sia ancora divisa.<br />
Vedremo domenica, ultima di campionato, che atteggiamento prenderà la Juventus, che polemiche ci saranno. Forse la dirigenza dirà «Le sentenze si rispettano» e le rispetterà davvero. Credo che però sia improbabile. Ma io non sono juventino, si era capito, no?</p>
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		<title>Ecco perché è stato assolto Rasero.E i giudici scrivono: ci sono più indizi su Katerina Mathas</title>
		<link>http://www.kronaka.it/2012/05/09/ecco-perche-e-stato-assolto-rasero-e-i-giudici-scrivono-ci-sono-piu-indizi-su-katerina-mathas/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 16:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le motivazioni della sentenza d&#8217;appello che assolse  Giovanni Antonio Rasero dall&#8217;accusa di aver ucciso il piccolo Alessandro Mathas sono un macigno che va a pesare sulla difesa della mamma del bambino, Katerina Mathas. Il piccolo fu ammazzato di botte nella notte tra 15 e 16 aprile in un residence di Nervi: aveva soli otto mesi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le motivazioni della sentenza d&#8217;appello che assolse  Giovanni Antonio Rasero dall&#8217;accusa di aver ucciso il piccolo Alessandro Mathas sono un macigno che va a pesare sulla difesa della mamma del bambino, Katerina Mathas. Il piccolo fu ammazzato di botte nella notte tra 15 e 16 aprile in un residence di Nervi: aveva soli otto mesi. Gli inquirenti credettero alla mamma di Alessandro che accusò il suo compagno di quella notte, Rasero. In primo grado l&#8217;uomo, broker marittimo, venne condannato a 26 anni di carcere mentre Katerina è sempre stata indagata per abbandono di minore e mai per omicidio.  Per Rasero è poi arrivata l&#8217;assoluzione in appello. La giuria già alla lettura della sentenza fece capire che si sarebbe dovuto indagare nuovamente sulla donna, troppo presto scagionata. Ora le motivazioni della sentenza confermano quanto già era emerso. Non può, secondo la giuria, prevalere l&#8217;ipotesi di una «diretta» ed «esclusiva» responsabilità di Rasero vista la «mancanza di precisi e univoci indizi». Non solo, anche l&#8217;ipotesi di omicidio in corncorso «è una generica conclusione», «è francamente arduo», c&#8217;è scritto nelle motivazioni, « dare per scontato e quindi ritenere provato un concorso di persone nel reato».</p>
<p>La conclusione è che «è assolutamente evidente che esistono seri indizi di reità nei confronti della Mathas», «Anzi, in considerazione di quanto è stato affermato a proposito della posizione di garanzia che un genitore assume nei confronti del proprio figlio, si può dire che la posizione indiziaria della Mathas assume una valenza ancora più pregnante». Infine una seria stoccata al pm che ha condotto le indagini: «La scelta di sperare le due posizioni ha prodotto conseuenze di sicro tilievo nel presente di questo processo».</p>
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		<title>I rom scappano da Pescara,continuano le manifestazioni razziste e l&#8217;Italia si gira dall&#8217;altra parte</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 15:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È ancora pesantissimo il clima a Pescara a ormai una settimana di distanza dall&#8217;omicidio dell&#8217;ultra Domenico Rigante, assassinato da Massimo Ciarelli, della comunità rom cittadina. Ieri a Montesilvano, il comune che confina con Pescara, una ventina di persone hanno fatto un blitz all&#8217;interno della sala del Bingo alla caccia di eventuali rom. Le proteste anti-rom [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È ancora pesantissimo il clima a Pescara a ormai una settimana di distanza dall&#8217;omicidio dell&#8217;ultra Domenico Rigante, assassinato da Massimo Ciarelli, della comunità rom cittadina. Ieri a Montesilvano, il comune che confina con Pescara, una ventina di persone hanno fatto un blitz all&#8217;interno della sala del Bingo alla caccia di eventuali rom. Le proteste anti-rom sono guidate dall&#8217;ala più estrema degli ultras Pescara e da militanti di Forza Nuova, sia di Pescara sia di Montesilvano. Ieri c&#8217;è stato un corteo di mille persone circa che lanciavano slogan contro la comunità rom, chiedevano che tutti i rom abbandonassero Pesscara. E questo nonostante il fatto che Ciarelli sia in carcere. Alla guida della manifestazione, oltre ai capi ultras, c&#8217;era anche il candidato sindaco di Forza Nuova di Montesilvano. Gli slogan, razzisti, sono sempre gli stessi: l&#8217;intera comunità rom è identificata con l&#8217;assassino. Intanto tanti rom sono lettaralmente scappati dal quartiere Rancitelli, dove vivono. Il Questore di Pescara ha detto: «I rom sono spariti. vVa ricordato che i rom pescaresi sono cittadini italiani che vivono qui da 40 anni. Sono perfettamente integrati. Una parte di questa comunità delinque, ma un&#8217;altra parte lavora».</p>
<p>Qualsiasi discorso è servito e serve a poco. A Pescara sono apparse le scritte &#8220;zingari al rogo&#8221;. Una comunità intera è in fuga, il resto della città osserva e sta zitto. E anche il resto d&#8217;Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><object width="560" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0CDX0fg-zZE?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="560" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/0CDX0fg-zZE?version=3&amp;hl=it_IT" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
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		<title>Il processo per l&#8217;omicidio di Luca Massari e la paura di un quartiere</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 10:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[Largo Camillo Caccia Dominioni è nella zona Sud di Milano, non lontano dal raccordo per l&#8217;autostrada che porta a Genova. È al centro del quartiere Antonini, quartiere popolare, come ce ne sono altri a Milano. Quartiere popolare degradato: così venne definito sui giornali l&#8217;11 ottobre 2010, il giorno prima un tassista, Luca Massari, era stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Largo Camillo Caccia Dominioni è nella zona Sud di Milano, non lontano dal raccordo per l&#8217;autostrada che porta a Genova. È al centro del quartiere Antonini, quartiere popolare, come ce ne sono altri a Milano. Quartiere popolare degradato: così venne definito sui giornali l&#8217;11 ottobre 2010, il giorno prima un tassista, Luca Massari, era stato massacrato di botte per aver investito un cane che aveva attraversato la strada. La proprietaria del cane, Stefania Citterio, iniziò a urlare come un&#8217;ossessa: grida, insulti, minacce. Suo fratello Piero colpì Massari con calci e pugni. Ma fu Michel Morris Ciaravella, il fidanzato di Stefania, a colpire il tassista con un pugno che lo mandò a rompersi la testa contro il marciapiede. Massari restò in coma un mese, morì l&#8217;11 novembre.<br />
Michel Ciaravella ha scelto il rito abbreviato, è stato condannato a 17 anni di carcere. Ora è in corso il processo ai due fratelli Citterio, il pm Tiziana Siciliano ha chiesto 23 anni per lui e 21 per lei. Stefania Citterio toccò appena Massari, suo fratello Piero lo colpì ma non fu lui a dare il pugno che lo uccise. È un processo in cui compaiono e forse si scontrano responsabilità di fatto e responsabilità morali. Ha detto il pm nella sua requisitoria che senza le urla di Stefania Citterio, «che sembrava una Erinni» non sarebbe probabilmente accaduto nulla. Gridava «Ti ammazzo». Qualcuno l&#8217;ha fatto per lei. «Anche Piero urlava «Dov&#8217;è che l&#8217;ammazzo? Ha detto ancora il pm che le urla «Ti ammazzo» in quel quartiere dove non esistono regole fu «come togliere la linguetta a una bomba a mano».<br />
Nei giorni seguenti all&#8217;aggressione Piero Citterio bruciò l&#8217;auto di un testimone e prese a bastonate un fotografo che scattava in largo Caccia Dominioni. Ha detto il pm alla giuria: «Se non condannate i due Citterio per omicidio vorrà dire che non hanno fatto nulla».<br />
Ma non c&#8217;è solo la posizione dei due imputati in questo processo. C&#8217;è di più, c&#8217;è un quartiere che osserva, nascosto. Il quartiere Antonini non è Scampia, eppure conosce bene omertà e paura. Al processo per la morte di Luca Massari erano stati convocati 17 testimoni, se ne sono presentati quattro, in 13 hanno inviato certificati a giustificare l&#8217;assenza. Ha detto un testimone: «Se il quartiere mi indica come un collaborante, me la paga lei la macchina che potrebbero bruciarmi?». Ha detto un altro abitante di largo Caccia Dominioni: «Qui la gente si fa i fatti suoi». Questo succede a Milano, ex capitale morale d&#8217;Italia, maggio 2012.</p>
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		<title>La mattanza continua: nel napoletano uccisa la 57° donna dall&#8217;inizio dell&#8217;anno</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 13:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Cubeddu]]></category>
		<category><![CDATA[donna uccisa]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Perrotta]]></category>
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		<description><![CDATA[La mattanza continua: nel napoletano, a Villaricca, un uomo di 59 anni, Michele Perrotta, ex poliziotto, ha ucciso la sua compagna di 36 anni, Alessandra Cubeddu. L&#8217;uomo questa mattina è uscito per accompagnare la  figlia, di sei anni, alla vicina scuola elementare. Al ritorno tra Perrotta e la compagna è scoppiata una lite. La donna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mattanza continua: nel napoletano, a Villaricca, un uomo di 59 anni, Michele Perrotta, ex poliziotto, ha ucciso la sua compagna di 36 anni, Alessandra Cubeddu. L&#8217;uomo questa mattina è uscito per accompagnare la  figlia, di sei anni, alla vicina scuola elementare. Al ritorno tra Perrotta e la compagna è scoppiata una lite. La donna sarebbe stata assassinata a mani nude. È stato il fratello di Perrotta ad avvertire la polizia. A chiamare l&#8217;ambulanza era stato invece lo stesso Perrotta dopo essersi reso conto di ciò che aveva fatto e dopo aver tentato inutilmente di rianimare la compagna.</p>
<p>Sono arrivate anche le consuete dichiarazione dei vicini di casa: «Sembravano una coppia tranquilla». Come sempre.</p>
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		<title>Don Seppia condannato a nove anni e mezzo. Prima della sentenza ha letto un messaggio con cui ha chiesto scusa</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 15:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa santo spirito]]></category>
		<category><![CDATA[don seppia]]></category>
		<category><![CDATA[prete condannato]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Riccardo Seppia è stato condannato a nove anni e mezzo di carcere. Quattro anni e due mesi per violenza sessuale e per tentata induzione alla prostituzione minorile; quattro anni e otto mesi per offerta plurima di droga; otto mesi per cessione di cocaina.  Prima della lettura della sentenza il parroco di Sestri Ponente ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Don Riccardo Seppia è stato condannato a nove anni e mezzo di carcere. Quattro anni e due mesi per violenza sessuale e per tentata induzione alla prostituzione minorile; quattro anni e otto mesi per offerta plurima di droga; otto mesi per cessione di cocaina.  Prima della lettura della sentenza il parroco di Sestri Ponente ha letto un messaggio in aula: «Chiedo scusa per il mio comportamento morale perché ho commesso degli sbagli. Ho sbagliato a comportarmi in quel modo».</p>
<p>Questo l&#8217;articolo scritto da Alessandra Gavazzi per Gente che andò a Genova subito dopo l&#8217;arresto di don Seppia.</p>
<p>Ora che la porta della chiesetta di Santo Spirito è sbarrata, adesso che nessuno sale per la scala ripida della canonica e che la gente passa svelta facendo finta di non vedere le scritte di insulti che hanno imbrattato i muri, c’è da chiedersi se davvero a Sestri Ponente qualcuno sapesse chi era davvero don Riccardo Seppia. In molti l’hanno scoperto solo sabato 15 maggio. Quando lui, parroco da quindici anni, da molti descritto come severissimo e irreprensibile, è stato prelevato dal suo appartamento e arrestato dai militari del Nas di Milano. Perché proprio da lì è partita un’indagine lunga e complessa, che vede indagati in tutto almeno otto persone per un giro di droga, doping e anabolizzanti. Copertura per il traffico, palestre e saune della città. E qui entra in scena don Riccardo. Che, stando alle intercettazioni telefoniche e ai testi degli sms, era in perenne ricerca di ragazzi giovanissimi con cui avere rapporti sessuali in cambio di cocaina. Così si è arrivati all’arresto, disposto dalla procura di Genova con accuse choc: il sacerdote avrebbe ceduto la droga ad almeno quattro giovani in cambio di incontri consumati in canonica. Ma soprattutto per sei mesi avrebbe abusato di un chirichetto 15 enne, affetto da un lieve ritardo mentale e affidato con la più totale fiducia a don Seppia dai genitori, entrambi lavoratori. Con lui, sono al momento indagati a piede libero un ex seminarista genovese, un commerciante della zona e uno spacciatore marocchino, che il prete avrebbe utilizzato per agganciare alcuni ragazzini che si prostituivano nelle zone industriali vicino al porto. Con sms da brivido: «Non li voglio 16 enni, sono già vecchi. A 14 anni vanno bene. Meglio se hanno dei problemi in famiglia». Una condotta criminale, immediatamente condannata dal Vaticano: il giorno dopo, infatti, il cardinale Angelo Bagnasco si è precipitato a portare conforto ai fedeli e a un quartiere profondamente scossi. Anche perché, oltre al chirichetto molestato, anche altri bambini della zona sarebbero stati avvicinati dal prete. Come tramite, i messaggini sul cellulare. «È una cosa incredibile, a me sembrava un bravo sacerdote. Ora mi chiedo cosa sarebbe potuto succedere se mio figlio avesse dato seguito a quei contatti», ha confidato a Gente il padre di uno di loro. Fa il primo anno delle superiori e forse per vergogna non si è confidato con i genitori. «Io e mia moglie non ci siamo accorti di nulla finché i carabinieri non hanno bussato alla nostra porta, dopo l’arresto. Per fortuna però il nostro è un ragazzo sveglio e non ha mai risposto a quell’uomo, che insisteva perché andasse a confessarsi. Ha capito da solo che c’era qualcosa di strano». Anche perché adesso che il caso è su tutti i giornali, in tanti ammettono che don Seppia aveva due facce. «Che fosse gay, che amasse andare a ballare nei club per omosessuali a Sanpierdarena, che facesse tardi e rincasasse a volte accompagnato, si sapeva», conferma Alessandra, giovane parrucchiera. Il suo negozio è a cento metri dalla chiesa di Santo Spirito. «Però che avesse attenzioni morbose per i bambini, quello no. Mio figlio ha 6 anni, qualche pomeriggio l’ho mandato a giocare con i bambini della parrocchia. Pensarci adesso mi fa venire la pelle d’oca. Dovrebbero darlo in mano alle mamme, avrebbe quel che si merita». D’altra parte, però, in molti avevano ritirato i figli dall’oratorio. «Ma mica per il sospetto di abusi», continua Alessandra. «La verità è che era un gran rompiscatole, rigido e fiscale sulla frequenza delle messe. Era cupo, brusco, mai dolce, mai un sorriso. Evidentemente era uno cui non piaceva fare il prete». Lo sconcerto è ancora più forte in chi ha sempre frequentato la chiesa. «Io faccio la catechista e non mi sono accorta di nulla, pensi che amarezza mi porto dentro», racconta una signora di mezza età che preferisce rimanere anonima. «Mi sento presa in giro come persona e offesa come volontaria». Mai un sospetto? «Lui mi è sempre sembrato un educatore, punto. Poi cosa facesse le mattine che non c’era, come mai in chiesa comparisse solo al pomeriggio, ho sempre pensato fossero affari suoi», continua la catechista. «Mi sento usata da quell’uomo e credo che abbia gettato fango anche sul mio lavoro coi ragazzi. Ai loro, poi, non so come lo spiegheremo, ci vorrà tempo, magari l’aiuto di uno psicologo». E nell’aria aleggia la domanda di una nonna: «A mia nipote ha negato la cresima, diceva che non era ben preparata. Tutti sapevano che aveva qualcosa che non andava. E allora perché nessuno l’ha fermato?».</p>
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