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	<title>Kronaka.it &#187; Grandi processi</title>
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	<description>Le storie. Il blog di Stefano Nazzi</description>
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		<title>Processo Cucchi: secondo i consulenti della famiglia Stefano fu picchiato a morte</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sta andando avanti, a Roma, il processo per la morte di Stefano Cucchi: si è svolta la ventiquattresima udienza. Stefano morì il 22 ottobre 2009 nel reparto carcerario dell&#8217;ospedale Sandro Pertini di Roma. hanno parlato, nell&#8217;ultima udienza, i consulenti della famiglia Cucchi. Ecco che cosa hanno detto tra l&#8217;altro: «La causa della morte fu un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sta andando avanti, a Roma, il processo per la morte di Stefano Cucchi: si è svolta la ventiquattresima udienza. Stefano morì il 22 ottobre 2009 nel reparto carcerario dell&#8217;ospedale Sandro Pertini di Roma. hanno parlato, nell&#8217;ultima udienza, i consulenti della famiglia Cucchi. Ecco che cosa hanno detto tra l&#8217;altro: «La causa della morte fu un edema polmonare in un soggetto con plurime fratture, alcune delle quali passate misconosciute dall’autopsia ed emerse dopo la riesumazione da noi richiesta. […] Tutti i traumi non sono compatibili con una caduta, ma hanno una genesi traumatica di tipo contundente, violenta. Non è possibile che un soggetto così giovane possa aver avuto quello che abbiamo visto dopo una caduta».</p>
<p>Secondo i periti della famiglia Stefano fu picchiato a morte.</p>
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		<title>Processo per la morte di Alessandro Mathas: non ci sarà riapertura del dibattimento come richiesto dalla difesa di Rasero</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 17:45:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un aggiornamento dal processo d&#8217;appello per la morte di Alessandro Mathas: la difesa di Giovanni Rasero, condannato in primo grado a 24 anni di carcere, aveva chiesto la riapertura del dibattimento ma la giuria ha dato parere contrario. I giudici hanno invece acconsentito all&#8217;acquisizione dei tabulati del secondo telefono di Katerina Mathas, la mamma del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un aggiornamento dal processo d&#8217;appello per la morte di Alessandro Mathas: la difesa di Giovanni Rasero, condannato in primo grado a 24 anni di carcere, aveva chiesto la riapertura del dibattimento ma la giuria ha dato parere contrario. I giudici hanno invece acconsentito all&#8217;acquisizione dei tabulati del secondo telefono di Katerina Mathas, la mamma del piccolo, i verbali di intervento dei carabinieri e le deposizioni della stessa Mathas.</p>
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		<title>Processo d&#8217;appello per la morte di Alessandro Mathas: una storia terribile ancora in cerca della verità</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 14:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Grandi processi]]></category>
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		<description><![CDATA[Parte il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di Alessandro Mathas, il bambino di otto mesi ucciso di botte in un residence di Nervi la notte tra 15 e 16 marzo 2010. In aula ci sarà Giovanni Rasero,  che in primo grado ha avuto una condanna a 24 anni. Che cosa accadde quella notte? Ecco che cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parte il processo d&#8217;appello per l&#8217;omicidio di Alessandro Mathas, il bambino di otto mesi ucciso di botte in un residence di Nervi la notte tra 15 e 16 marzo 2010. In aula ci sarà Giovanni Rasero,  che in primo grado ha avuto una condanna a 24 anni. Che cosa accadde quella notte? Ecco che cosa raccontò la mamma di Alerssandro, Katerina:</p>
<p>Dice Katerina parlando di Rasero, che era con lei quella notte: «Sapevo dentro  di me che era stato lui. Lo sentivo come madre, ma non potevo  dimostrarlo» Alessandro Mathas aveva solo 22 mesi, morì nella notte tra 15 e 16  marzo, ucciso  di botte nel monolocale di un residence di Nervi. Durante  quelle ore Katerina uscì dal monolocale dove era con il suo bambino e  con Rasero. Ecco che le sue parole: «Non dovevo lasciarglielo,  altre  volte lo avevo lasciato da solo con Rasero&#8230; La  notte dell’incidente  con la Smart e poi una sera che mi allontanai per  andare a prendere le  sigarette. Dopo la prima volta che gli affidai  Alessandro avevo notato  dei segni sul volto del bambino, nella guancia  sinistra e quando gli  chiesi  spiegazioni lui mi disse che era  caduto. La sera dell’incidente  con un mio amico siamo arrivati in casa di Rasero alle cinque e mezza  del mattino. Al mio amico  raccontai che Rasero mi aveva detto che il  bimbo era caduto dal tavolo.  In casa c’eravamo io, mio figlio, il mio  amico e Rasero. Quest’ultimo non era  contento che eravamo andati da  lui. Arrivati a casa sua ci siamo fatti  da mangiare e poi ci siamo  messi tutti a dormire. Quando mi sono  svegliata il bambino era in  braccio a Rasero e piangeva. Ricordo che  Rasero era nervosetto per il  fatto che il bambino piangeva. Rasero a un  certo punto prese la  bottiglia del latte e con un gesto di stizza fece  per darla in testa ad  Alessandro».</p>
<p>Dice ancora Katerina: «Conosco  Rasero da tre mesi. L’ho incontrato a  casa di Calissano una mattina.  L’attore mi aveva parlato di un lavoro  che avrei dovuto fare insieme a  lui. All’inizio ci siamo un po’  conosciuti. Poi frequentandosi è nato  fra noi un flirt anche se non  abbiamo mai avuto rapporti sessuali  completi. Ricordo che la sera  quando c’è stato l’incidente con la Smart  mio figlio era con me. Nelle  occasioni in cui il bambino c’era, Antonio  era contento della sua  presenza, ci giocava, lo prendeva in braccio. Il  suo rapporto con lui è  sempre stato positivo. Il signor Rasero mi parlò  dei suoi figli. Mi  diceva che gli  mancavano tanto e che sua moglie non glieli faceva  vedere. Il dialogo  tra noi era ristretto, spesso se ne stava zitto  sdraiato sul letto. Ho  iniziato ad assumere droghe prima di rimanere incinta. E sniffavo pure  durante la  gravidanza, anche perché all’inizio il mio compagno voleva  che  abortissi. Quando all’ospedale i medici mi dissero che forse era  meglio  non farlo perché il bimbo era già formato, decisi di non abortire  più e  a quel punto non feci più uso di droghe fino al parto. Dopo la  nascita  di Ale ho iniziato ogni tanto a sniffare cocaina e solo dopo il  quinto  mese ne ho aumentato il consumo.Il papà del bimbo l’ho  conosciuto in  un circolo, aveva già famiglia. Assumevo due grammi al  giorno oltre  all’hashish. Poi ho conosciuto un  ragazzo, il mio amico di  Rapallo.  Anche lui faceva uso di stupefacenti come Rasero. Rasero  mi sembrava un  ragazzo diverso dagli altri, si presentava come una  persona seria. Mi  piaceva, avrei voluto avere una storia con lui».</p>
<p>Il racconto della notte in cui Alessandro morì:  «Ale era con me,  aveva mangiato a pranzo ma non a merenda. Il bambino  mangiava a pranzo  il minestrone o la carne, e poi faceva merenda con  merendine,  omogeneizzati o yogurt e alla sera cenava solo con il latte.  Quattro  pasti al giorno. Quella sera gli ho dato un biberon di latte. Ho  usato  un biberon particolare perché aveva un buco grosso nel ciuccio e  io  stavo attenta che non scendesse troppo forte.Prima ero già scesa a   comprare 100 euro di cocaina. Poi mi sono vista con Rasero, siamo andati   a Portofino. Prima di tornare a prendere Alessandro (e il resto della   droga) ci siamo fermati in auto a sniffare. Subito dopo siamo andati a   Genova. Dovevo prendere le mie cose, non era previsto che restassi a   dormire. Durante il viaggio Ale era sveglio. Antonio lo stuzzicava, lo   toccava sulla spalla con un dito e Ale rideva. Quando siamo arrivati al   residence il bimbo era sveglio. Era stanco ma non piangeva. Quando  siamo entrati nel monolocale ho messo subito a dormire Alessandro   appoggiandolo sul divano. Mi sono sdraiata con lui per farlo   addormentare. Gli ho messo una giacca sotto la testa per cuscino, l’ho   avvolto con la coperta e poi, per non farlo cadere, gli ho messo accanto   delle cose. Antonio, mentre facevo dormire il bambino, preparava la   droga. Quando Ale si è addormentato ci siamo fatti insieme un   “pippotto”. Ho chiamato uno spacciatore per un appuntamento, mi serviva   altra coca. Per mezz’ora ancora sono rimasta in casa, vicino a mio   figlio. Piangevo , ero triste. Nel frattempo mi ero fatta una canna».</p>
<p>È verso mezzanotte che Katerina Mathas esce di casa  in cerca di  altra coca. Torna nel residence dopo un&#8217;ora e mezza: «Quando  sono  entrata il bimbo era sul divano dove l’avevo lasciato. Era sotto la   coperta e per me la giacca sotto la testa c’era, altrimenti me ne sarei   accorta. Non mi sono messa vicino al bimbo, non mi sono seduta sul   divano».</p>
<p>Quando torna Katerina scambia sms con un suo amico di Rapallo. Scrive  a un certo punto di essere addormentata ad Alessandro: «Era una bugia  per placare la gelosia del mio amico. Volevo fargli  pensare che non ero  con Rasero. Anche Rasero quella sera è uscito per  prendere le  sigarette. Nel frattempo io scrivevo al telefono. Appena  entrata ho  chiesto subito Ale come stava e poi ho preparato la coca.  Quando Rasero  è tornato io ero al telefono col mio amico di Rapallo che  mi accusava  di non avere il bimbo con me. A quel punto ho spento il  cellulare  imprecando e Rasero ha iniziato un approccio sessuale senza  riuscirci.  Gli dissi che non avevo voglia. La tv quando lasciai la casa  era accesa  senza volume, quando tornai era spenta e lui la riaccese  quando io ero  già a letto. Poi mi sono addormentata per risvegliarmi  alle 11 con  Rasero che mi diceva di alzarmi perché il bambino non si  muoveva. Sono  corsa al divano, ho preso in braccio il bambino, ho visto  che era pieno  di macchie rosse, aveva le labbra viola e non dava segni  di vita. Non  capivo cosa stava succedendo. Mi sono vestita velocemente,  ho preso la  mia roba e siamo usciti di casa per andare all’ospedale. Il  bambino era  avvolto nella coperta».</p>
<p>La terribile conclusione: «Durante il tragitto lo tenevo in braccio,  non dava cenni di movimento.  Rasero continuava a dirmi di non dire che  eravamo stati a casa sua.  Ricordo solo che all’entrata dell’ospedale  vidi un’infermiera che stava  fumando una sigaretta e le chiesi di  vedere subito il bambino. Le dissi “non dovevo lasciarglielo”. Sapevo  dentro di me che era stato  lui. Ma non potevo dimostrarlo».</p>
<p>Questo fu il racconto di katerina Mathas. Il pm che indagò sul caso le credette, rinviò a giudizio solo Rasero per omicidio. Al termine del processo, però, la giria, condannano a 24 anni di carcere l&#8217;uomo chiese anche di tornare a indagare sulla mamma di Alessandro. Ecco come si espresse la giuria:</p>
<p>Sono un colpo terribile per Katerina Mathas le motivazioni della sentenza di primo grado, pubblicate ieri, della <a href="../2011/01/24/rasero-condannato-a-26-anni-di-carcere-ma-la-giuria-dice-che-non-e-stato-il-solo-a-uccidere-alessandro-mathas/">condanna</a> a 26 anni di carcere di  <a href="../2011/02/08/gianantonio-rasero-scrive-a-katerina-mathas-e-le-dice-%C2%ABti-meriti-lergastolo%C2%BB/">Giovanni Antonio Rasero</a> per l&#8217;omicidio del piccolo Alessandro Mathas. Secondo ciò che hanno  scritto i giudici, la storia va completamente riscritta. Far uscire  dalle <a href="../2010/04/03/katerina-mathas-e-uscita-dal-carcere-non-ha-uciso-suo-figlio/">indagini</a> la mamma di Alessandro, Katerina, fu, da parte di chi indagava, una  decisione sbagliata «e destituita dal benché minimo fondamento in  termini di credibilità». E cioè,  secondo la giuria, Katerina è  tutt&#8217;altro che innocente.</p>
<p>Alessandro Mathas aveva solo otto mesi, morì, per le violenze subite,  nel residenceVittoria di Nervi la notte del 16 marzo 2010. Una notte  folle, in cui la mamma di Alessandro e il giovane che era con lei,  Rasero, erano strafatti di cocaina.  <strong>Qui raccontammo come andò</strong>.</p>
<h1><a href="../2010/10/25/trenta-minuti-di-agonia-cosi-mori-alessandro-mathas/">Trenta minuti di agonia, così morì Alessandro Mathas</a></h1>
<h2 id="post-2617"><a title="Permanent Link to Omicidio di Alessandro Mathas: la registrazione in cui Rasero dice: «Il morso l’ho dato io»" rel="bookmark" href="../2010/10/01/omicidio-di-alessandro-mathas-la-registrazione-in-cui-rasero-dice-%C2%ABil-morso-lho-dato-io%C2%BB/">Omicidio di Alessandro Mathas: la registrazione in cui Rasero dice: «Il morso l’ho dato io»</a></h2>
<h1><a href="../2010/09/30/il-racconto-di-katerina-mathas-la-notte-in-cui-alessandro-mori/">Il racconto di Katerina Mathas: la notte in cui Alessandro morì</a></h1>
<h1><a href="Le%20brutte%20coincidenze:%20due%20storie%20di%20infanticidio">Le brutte coincidenze: due storie di infanticidio</a></h1>
<p>Sia la <a href="../2010/06/14/katerina-mathas-ed-elizabeta-petersone-amiche-su-facebook-e-i-giornali-ci-si-buttano-al-volo/">Mathas</a> sia Rasero vennnero arrestati. Lei trascorse 13 giorni in carcere poi  venne rilasciata. Chi indagava credette alla sua versione, e cioè che,  al momento della morte di suo figlio, fosse fuori, a cercare altra  cocaina. La giuria che ha condannato Rasero la pensa però diversamente.  «La Mathas era nel monolocale mentre il figlio veniva colpito a morte  tra l’1,30 e le 2», scrivono. Aggiungono:  «Poco importa se abbia  partecipato attivamente o solo assistendo  passivamente alla violenta  condotta sfociata nell’omicidio del figlio  Alessandro». Tra l&#8217;1,30 e le  2 il telefono della Mathas, prima rovente, tace. Tace, scrive la  giuria«insolitamente e inesorabilmente tace». Il perché lo spiega la  corte nelle motivazioni: «Devono essere stati ben altri i fattori  intervenuti ad annientare la spasmodica esigenza di comunicazione sino a  quel momento  espressa dalla Mathas nei confronti del compagno Bruno».  Bruno è Bruno Indovino,   l’uomo con cui la Mathas aveva comunicato, e  comunicherà, via cellulare per il  resto della nottata. Che cosa  accadde, quindi? «Il piccolo Alessandro è già sveglio o, con tutta  probabilità, si  sveglia al ritorno della madre e sciaguratamente  interferisce con  l’ennesima assunzione di cocaina da parte della coppia  Rasero-Mathas. La  donna appena tornata prepara la polvere da sniffare,  sicché con tutta  probabilità tocca all’imputato l’ingrato compito di  calmare in qualche  modo l&#8217;ostinato pianto di Ale<strong> </strong>».</p>
<p>Scrive ancora la giuria della corte d&#8217;Assise: «In tale contesto si  materializza, all’improvviso, la condotta violenta  nei confronti della  piccola vittima, condotta tutt’altro che fulminea:  il bimbo viene  spogliato e bagnato». Un’azione «che, qualunque sia  l’esatta cronologia  degli eventi, non poteva passare inosservata in un  ambiente tanto  angusto quale quello in cui si è consumato il delitto.  Anche le  disperate manovre rianimatorie contestate come sevizie».</p>
<p>La giuria che ha condannato Giovanni Antonio Rasero dice in pratica  che, per lo stesso reato, e cioè omicidio volontario, deve essere  processata anche la mamma di Alessandro. Lei non ha commentato, ha solo  detto: «Sono pronta a farlo, ad andare in carcere».</p>
<p>Ora il processo d&#8217;appello è al via. Katerina Mathas continua a essere persona indagata. Antonio Rasero l&#8217;ha sempre accusato  di essere la reale responsabile della morte del piccolo.</p>
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		<title>Perugia: le motivazioni della sentenza che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Fatta a pezzi l&#8217;ipotesi colpevolista</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 15:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. E sono un ben duro colpo alla sentenza di condanna emessa in primo grado. Ecco che cosa scrivono i giudice della corte d&#8217;appello: «La Corte d&#8217;Assise di primo grado ha avvertito la necessità di cogliere  un movente che però, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. E sono un ben duro colpo alla sentenza di condanna emessa in primo grado. Ecco che cosa scrivono i giudice della corte d&#8217;appello: «La Corte d&#8217;Assise di primo grado ha avvertito la necessità di cogliere  un movente che però, mentre non  è corroborato da alcun elemento di  prova, è esso stesso niente  affatto probabile». I giudici poi scrivono che «La scelta improvvisa da parte di due giovani, bravi e disponibili verso  gli altri, del male per il male, così senza altra utilità, tanto più  incomprensibile perché diretta a sostenere  l&#8217;azione criminosa di un  giovane, Rudy Guede, con il quale essi non  avevano nessun rapporto, e  diverso dalla loro storia personale,  carattere e condizione umana». Come dire: ma perché avrebbero dovuto essere complici di Guede, con il quale non avevano nessun rapporto? Ancora: si parla di «insussistenza materiale» degli elementi che in primo grado hanno portato alla condanna. Si dice che in primo grado, nelle motivazioni della sentenza, è stato usato per 39 volte il termine probabile. Il movente «non è corroborato da nessun elemento di prova». Per i giudici d&#8217;appello tutti gli elementi sono venuti meno nella loro materialità: così per l&#8217;ora della morte accertata accertata dall Corte di primo grado dopo le 23 e individuata da questa corte intorno alle 22.15; così è per le indagini genetiche effettuate dalla polizia scientifica &#8230;.per l&#8217;individuazione dell&#8217;arma del delitto; per l&#8217;individuazione di Amanda Knox e Raffele Sollecito nella stanza del delitto». La giuria si spinge anche a dire che «l&#8217;analisi dei singoli elementi su cui si basa l&#8217;ipotesi di concorso induce quantomeno a dubitare della partecipazione di più persone al delitto». Come dire: nulla prova che con Rudy Guede, la notte in cui fu uccisa Meredith Kercher, ci fosse qualcun altro.</p>
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		<title>Rogo del campo rom di Torino: il tifo organizzato probabilmente non c&#8217;entra in questa bruttisima storia</title>
		<link>http://www.kronaka.it/2011/12/12/rogo-del-campo-rom-di-torino-il-tifo-organizzato-probabilmente-non-centra-in-questa-bruttisima-storia/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 16:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[Quella del campo nomadi bruciato a Torino è una storia bruttissima. Lo è perché una ragazza di 16 anni si è inventata di essere stata stuprata da due nomadi. E si è inventata tutto perché la sua famiglia le ha fatto tante pressioni, e tanto dure, sul fatto che doveva restare pura e casta.  I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quella del campo nomadi bruciato a Torino è una storia bruttissima. Lo è perché una ragazza di 16 anni si è inventata di essere stata stuprata da due nomadi. E si è inventata tutto perché la sua famiglia le ha fatto tante pressioni, e tanto dure, sul fatto che doveva restare pura e casta.  I sensi di colpa erano talmente forti che quando è stata con un ragazzo si è sentita talmente in colpa da doversi giustificare, mentendo. Lei è in fondo una vittima. Così come sono vittime i 50 rom che sono dovuti scappare dalle loro baracche perché 200 indemoniati razzisti volevano bruciarli vivi per fare giustizia.</p>
<p>Ma è una storia bruttissima anche perché sono state scritte tante cose senza che fossero realmente verificate. Hanno detto che a organizzare la spedizione erano stati quelli della curva juventina, si è fatto proprio il nome di un gruppo, &#8220;I bravi ragazzi&#8221;. Oggi uno dei leader della curva, e proprio di quel gruppo, dice che loro non c&#8217;entrano proprio: &#8220;Figurati se avrei partecipato a una roba razzista. Non si incendiano le  baracche con i bambini. Nessuno di noi farebbe una cosa del genere &#8220;. Probabilmente qualcuno della curva c&#8217;era, ma non sono stati loro a organizzare la spedizione punitiva per uno stupro che non c&#8217;era mai stato. Qualcuno dice che sia stata la criminalità organizzata  a mettere insieme il gruppo, e probabilmente è vero. È accaduto altre volte. I gruppi criminali hanno tutto l&#8217;interesse a mantenere l&#8217;ordine nei quartieri dove comandano e a far valere l&#8217;unica legge che riconoscono, quella della violenza.</p>
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		<title>Una notizia quasi ignorata: è stata annullata la condanna di primo per Mignini e Giuttari</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una notizia del 22 novembre è stata liquidata in poche righe dai giornali pur essendo di una certa importanza: la Corte d&#8217;appello di Firenze ha dichiarato l&#8217;incompetenza territoriale  per quanto riguarda il procedimento a carico del pm perugino Giuano Mignini e del poliziotto, ora scrittore, Michele Giuttari. I due, in primo grado, erano stati condannati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una notizia del 22 novembre è stata liquidata in poche righe dai giornali pur essendo di una certa importanza: la Corte d&#8217;appello di Firenze ha dichiarato l&#8217;incompetenza territoriale  per quanto riguarda il procedimento a carico del pm perugino Giuano Mignini e del poliziotto, ora scrittore, Michele Giuttari. I due, in primo grado, erano stati condannati per abuso d&#8217;ufficio in concorso: erano stati accusati di aver svolto indagini &#8220;scorrette&#8221; nei confronti di giornalisti e uomini delle forze dell&#8217;ordine nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta sul Mostro di Firenze. Ora, in Appello, la corte ha dichiarato nulla la sentenza di condanna, il giudizio di primo grado, l&#8217;udienza preliminare, l&#8217;esercizio dell&#8217;azione penale e l&#8217;avviso di conclusione delle indagini. Insomma, tutto il procedimento è stato azzerato  e la corte di Firenze ha trasmesso gli atti alla Procura di Torino per quanto di competenza. Si tratta di una sentenza non impugnabile.</p>
<p>La notizia è importante anche perché Giuliano Mignini è stato il pubblico ministero del processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito. L&#8217;indagine a cui era stato sottoposto e la condanna in primo grado sono state molto citate, ovviamente soprattutto dai suoi detrattori, durante i mesi del durissimo processo di Perugia. Quell&#8217;indagine e quella condanna sono state ora totalmente annullate.</p>
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		<title>Nuovo processo per Braga Massone (inchiesta Santa Rita). Ecco che cosa disse prima di entrare in carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 16:16:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al Palazzo di Giustizia di Milano è iniziata l&#8217;udienza preliminare a carico di Pierpaolo Brega Massone e di altre 12 persone, accusate, a vario titolo, anche di quattro omicidi di altrettanti pazienti avvenuti in quella che è stata soprannominata la clinica degli orrori: la Santa Rita di Milano. Brega Massone è già stato condannato, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-5175" href="http://www.kronaka.it/2011/11/29/nuovo-processo-per-braga-massone-inchiesta-santa-rita-ecco-che-cosa-disse-prima-di-entrare-in-carcere/image-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-5175" title="image" src="http://www.kronaka.it/wp-content/uploads/2011/11/image.jpg" alt="" width="250" height="178" /></a>Al Palazzo di Giustizia di Milano è iniziata l&#8217;udienza preliminare a carico di Pierpaolo Brega Massone e di altre 12 persone, accusate, a vario titolo, anche di quattro omicidi di altrettanti pazienti avvenuti in quella che è stata soprannominata la clinica degli orrori: la Santa Rita di Milano. Brega Massone è già stato condannato, nel processo Santa Rita, a 15 anni e mezzo di carcere. Il nuovo procedimento nasce da uno stralcio dell&#8217;inchiesta. In questa nuova tranche il chirurgo è accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per quattro pazienti e di 46 lesioni gravi per interventi abnormi e inutili. Prima di entrare in carcere, nel maggio 2010, Brega Massone parlò con Alessandra Gavazzi. Ecco che cosa disse allora e che uscì in un articolo su Gente.</p>
<p>Il nome di Pierpaolo Brega Massone è legato a uno degli scandali più  traumatici che ha colpito il mondo della sanità negli ultimi anni. Brega  Massone era il chirurgo della clinica Santa Rita di Milano accusato di  aver fatto interventi chirurgici non necessari (provocando anche la  morte di pazienti) per gonfiare i rimborsi del sistema sanitario  nazionale. Ieri, durante il processo in corso a Milano, l’Ordine dei  medici, costiituitosi parte civile, ha definito Brega Massone un  “lucifero” e ha chiesto un risarcimento  di 3 milioni di euro. La  procura ha chiesto per il chirurgo una condanna a 21 anni di reclusione.</p>
<p>Ora Brega Massone è in cella. Prima di rientrare in carcere ha  parlato con una brava giornalista, Alessandra Gavazzi. Ecco  l’intervista:</p>
<p>«La medicina non è la matematica. Esistono vari approcci, varie  visioni per la cura del paziente. Ma le accuse che mi sono state rivolte  sono basate su dati parziali: solo sulle cartelle cliniche, senza  contare né la storia del paziente e le valutazione del medico. Le  perizie della procura sono state fatte senza visitare dal vivo un solo  soggetto, senza avere in mano una TC. Mi si accusa di aver avuto fretta  di operare i pazienti. Ebbene, si trattava di interventi programmati e  di malati che si presentavano in clinica già con tutti gli accertamenti  del caso. Dunque, non c’era motivo per aspettare perché era necessario  conoscere la diagnosi per valutarne l’approccio terapeutico».</p>
<p>E’combattivo, il dottor Pier Paolo Brega Massone. Ex primario di  Chirurgia Toracica del Santa Rita di Milano, assurta agli onori della  cronaca come sospettata “clinica degli orrori”, è il grande imputato del  processo che ha investito la sanità lombarda nel 2008. La sentenza  arriverà tra qualche settimana, ma nel frattempo lui ha già scontato 17  mesi di custodia cautelare in carcere a San Vittore, tra giugno 2008 e  novembre 2009. Accusato di lesioni volontarie e truffa, oltre che di  aver procurato la morte a quattro dei suoi pazienti, ci ha ricevuti  nella sua casa di Pavia. Per difendersi e per raccontare com’è cambiata  la sua vita da quando, da rispettato primario, è diventato un “mostro”  capace di sottoporre ottanta pazienti a operazioni inutili pur di  ottenere il rimborso economico dalla Regione. «A difendermi basta  l’autorevole parere dei colleghi che ho voluto come periti di parte:  Franco Giampaglia, ex presidente della Società Italiana di Chirurgia  Toracia e attuale Past-president, e Ludwig Lampl, Direttore della  Chirurgia Toracica di Monaco di Baviera e autorevole membro delle  Società Europee di Chirurgia Toracica. Hanno analizzato caso per caso. E  ognuna di quelle situazioni trovava sostegno nella letteratura  scientifica internazionale: ognuno di quegli interventi andava fatto,  nessuno di loro mi ha detto “io non avrei agito così”».</p>
<p>Quando il caso scoppiò, le cronache parlarono di inutili asportazioni  di polmoni. «Parlare di resezione dell’intero organo è una  strumentalizzazione. Ho asportato dei noduli, questo sì. Ma sempre a  fine diagnostico o curativo. Mi si contesta di aver operato patologie  curabili coi farmaci. E’ ovvio che la polmonite non si opera. Ma in  certi pazienti può comportare l’insorgere di noduli polmonari. A quel  punto il medico deve stabilire l’origine di quelle formazioni e la  diagnosi differenziale è difficoltosa, magari un tumore. Ci vuole la  biopsia pertanto un intervento per stabilirlo. Ma se questo esame dà  esito negativo, accertando che il paziente è affetto da una patologia  meno grave del previsto, si può forse dire che il chirurgo ha eseguito  una procedura inutile? Cosa comporterebbe per il paziente se il nodulo  nascondesse il tumore e noi non ottenessimo una diagnosi sicura? In  altri, invece, la ragione dell’intervento è la complicanza della  polmonite e cioè l’empiema pleurico, e la toilette e la decorticazione  si impongono. Anche i 4 casi di tubercolosi erano dubbi. Sono arrivati  da me senza una diagnosi. Li ho portati in sala operatoria solo per  accertamenti e solo grazie a questi esami hanno potuto curarsi».</p>
<p>Dissero che aveva asportato un seno a una 18 enne perfettamente sana,  ipotizzando un tumore. «Assolutamente falso. Le ho tolto un nodulo di  due centimetri, che poi si è rivelato un fibro-adenoma benigno. La  mammella è integra, simmetrica e senza alcuna cicatrice visibile. Questi  rilievi, tra l’altro, non sono miei: sono del medico legale di parte  della ragazza».  Le accuse più gravi comunque sono per omicidio  volontario. «Si trattava di 4 pazienti gravemente ammalati, alcuni sono  deceduti subito dopo gli interventi palliativi cui li avevo sottoposti  per alleviare le loro sofferenze, come impone la Comunità scientifica..  Ma è stata purtroppo la malattia ad uccidere quelle persone, facendo il  proprio decorso certo non io».</p>
<p>Tutto il cosiddetto “scandalo Santa Rita” sarebbe in qualche modo  legato ai DRG, cioè al sistema di rimborsi che la regione fornisce alle  strutture private. Lei, dottore, aveva una retribuzione che si basava  sul numero di interventi eseguiti. Un metodo poco trasparente? «Non si  tratta di una libera scelta, quanto più di un’imposizione del mio  contratto di assunzione. Potendo scegliere, io avrei optato certo per la  tranquillità di uno stipendio fisso, piuttosto che un “salario a  cottimo”. Si tratta poi di un’arma a doppio taglio, che faceva più  comodo all’amministrazione che a noi medici». In che senso? «L’equipe  medica, composta da 3 o 4 elementi, prendeva un rimborso pari al 9 per  cento lordo per ogni intervento. Dunque il 91 per cento rimaneva alla  clinica. Ogni paziente senologica “rendeva” alla equipe di chirurgia  toracica circa 170 euro circa. Nei 33 mesi che mi sono stati contestati,  ho operato 450 pazienti circa. Se avessi anche voluto lucrare facendo  interventi inutili su 80 di loro, avrei ricavato con questo sistema al  massimo circa 700 euro lorde mensili. Secondo lei un primario rischia di  rovinarsi la carriera (e incorrere in gravi accuse) per così poco?»</p>
<p>Ma non è solo la reputazione compromessa a preoccupare il dottor  Brega Massone. «Ci sono quei 17 mesi di carcere che ho già fatto, che  hanno provato la mia famiglia e mi hanno indubbiamente reso difficile la  difesa, la produzione di perizie e memoriali utili. Mia moglie, poi, ha  dovuto affrontare, sola con la nostra bambina di 6 anni, un clima di  accuse infamanti. Cosa mi ha aiutato? Il sostegno (della mia famiglia e)  dei tantissimi pazienti che mi scrivevano per esprimere solidarietà,  oltre centinaia di lettere ricevute». E ora, come lo vede il futuro? «Si  vive giorno per giorno. Io intanto mi sono autosospeso dall’Ordine dei  Medici. Perché mi sembrava corretto aspettare la sentenza. E poi perché  sarebbe assurdo continuare a esercitare con queste accuse sulle spalle:  chi verrebbe a farsi operare da me? Quello che mi sento di dire è che  non ho mai ricevuto denunce o querele da nessun mio paziente, prima del  clamore suscitato dall’inchiesta. Tutti i processi per malasanità  partono dalla protesta della parte lesa. Il mio no. E io sono sicuro di  aver sempre agito secondo scienza e coscienza».</p>
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		<title>Garlasco, i difensori chiedono l&#8217;assoluzione di Alberto Stasi: «le prove non ci sono»</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 13:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I difensori di Alberto Stasi hanno chiestonel processo d&#8217;appello che si svolge a Milano, l&#8217;assoluzione per il loro assistito, accusato di aver ucciso la fidanzata, Chiara Poggi, il 13 agosto 2007 a Garlasco: &#8220;Non si può articolare una richiesta di condanna solo su opinioni,  supposizioni o ipotesi, ma ci vogliono prove e qui le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I difensori di Alberto Stasi hanno chiestonel processo d&#8217;appello che si svolge a Milano, l&#8217;assoluzione per il loro assistito, accusato di aver ucciso la fidanzata, Chiara Poggi, il 13 agosto 2007 a Garlasco: <em>&#8220;Non si può articolare una richiesta di condanna solo su opinioni,  supposizioni o ipotesi, ma ci vogliono prove e qui le prove non ci sono</em>&#8220;. I difensori hanno sostenuto che l&#8217;accusa ha cambiato più volte l&#8217;ora della morte di Chiara Poggi per poterla incastrare ai movimenti di Stasi.  I legali di Stasi anche spiegato  dal loro punto di vista l&#8217;illegittimità di richiedere la riapertura del  dibattimento come chiesto dal sostituto procuratore  e  dall&#8217;avvocato di parte civile.</p>
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		<title>Garlasco, la procura chiede 30 anni per Alberto Stasi (o che venga riaperto il dibattimento con nuove perizie)</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 15:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici di condannare Alberto Stasi a 30 anni di carcere. Il processo d&#8217;appello si sta svolgendo a Milano, in primo grado Stasi venne assolto dall&#8217;accusa di aver assassinato la fidanzata, Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di  Garlasco. Per il delitto Stasi è sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici di condannare Alberto Stasi a 30 anni di carcere. Il processo d&#8217;appello si sta svolgendo a Milano, in primo grado Stasi venne assolto dall&#8217;accusa di aver assassinato la fidanzata, Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di  Garlasco. Per il delitto Stasi è sempre stato l&#8217;unico indagato,  le altre piste, se prese in considerazione, furono subito scartate. E ancora oggi la Procura (e anche la famiglia di Chiara) è convinta che il ragazzo sia colpevole. Il fatto è però che le indagini non hanno mai prodotto prove e che anzi furono fatti un serie di errori che complicarono parecchio la situazione (un esempio tra tutti: Chiara Poggi venne sepolta senza che le fossero prese le impronte digitali, il magistrato dovette così ordinare la riesumazione perché le impronte della ragazza potessero essere escluse dalla scena del delitto). Tra le motivazioni della sentenza di assoluzione in primo grado, il giudice che emise la sentenza (il processo fu con rito abbreviato) scrisse &#8220;Non c&#8217;è congrua prova del movente&#8221;. E poi: &#8220;Privo di evidenti contraddizioni il racconto complessivo di Alberto in  merito alle ore trascorse la sera in compagnia di Chiara&#8221;. Ancora: &#8220;Il quadro indiziario è altamente insufficiente&#8221;.</p>
<p>Ora la Procura chiede 30 anni di reclusione e chiede che ad Alberto Stasi venga contestata l&#8217;aggravante della crudeltà. Dice però anche che &#8220;Rimane fermo che non c&#8217;è il movente&#8221;. Il movente, quindi, manca  (in primo grado era stato ipotizzato che Chiara Poggi avesse trovato nel computer di Alberto alcuni film pornografici) e nuove prove sembrano non esserci. La procura ha però scoperto che nella notte  tra l&#8217;11 e il 12 agosto, intorno alle 2, 31 ore  prima del delitto, Stasi avrebbe mandato un sms a un amico e poi l&#8217;avrebbe cancellato dal  telefonino. Anche l&#8217;amico l&#8217;avrebbe cancellato dal suo cellulare e nessuno dei due ragazzi ha mai parlato di questo messaggio agli  inquirenti. Per l&#8217;accusa in quel messaggio Stasi segnalò all&#8217;amico &#8220;un&#8217;emergenza&#8221;. Già, ma quale emergenza?</p>
<p>La procura chiede che, se non ci fosse la condanna, venga comunque riaperto un dibattimento e ordinate nuove perizie soprattutto sui due gradini delle scale della cantina dove venne ritrovato il corpo di Chiara. Alberto disse di aver percorso quei due gradini quando ritrovò il corpo di Chiara. Uno degli elementi più controversi dell&#8217;indagine è il fatto che le scarpe che Stasi consegnò ai carabinieri non presentavano nessuna traccia di sangue sulle suole. L&#8217;accusa ha sempre detto: se fosse vero il suo racconto le scarpe avrebbero dovuto sporcarsi, altrimenti significa che il ragazzo ha consegnato un paio di scarpe diverse da quelle che indossava quel giorno. E se lo ha fatto significa che è colpevole. Ci furono perizie e contro perizie, la difesa ha sempre sostenuto che le scarpe avrebbero anche potuto non trattenere le tracce di sangue e che comunque sugli scalini il sangue era già essiccato. Da qui la richiesta di una nuova perizia: verranno analizzate le fotografie scattate dalla scientifica quel giorno, se il sangue era realmente essiccato vorrà dire che Stasi ha probabilmente detto la verità. Se le macchie di sangue non erano invece secche, le scarpe avrebbero dovuto sporcarsi e quindi Stasi potrebbe aver mentito. Il 6 dicembre è il giorno in i la giuria emetterà la sentenza.</p>
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		<title>Sabrina Misseri e Cosima Serrano saranno processate per l&#8217;omicidio di Sarah Scazzi</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Nazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabrina Misseri e sua mamma, Cosima Serrano, sono state rinviate a giudizio e dovranno rispondere in tribunale dell&#8217;accusa di aver uccciso Sarah Scazzi, il 26 agosto 2010 ad Avetrana. Il processo inizierà a Taranto il 10 gennaio prossimo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabrina Misseri e sua mamma, Cosima Serrano, sono state rinviate a giudizio e dovranno rispondere in tribunale dell&#8217;accusa di aver uccciso Sarah Scazzi, il 26 agosto 2010 ad Avetrana. Il processo inizierà a Taranto il 10 gennaio prossimo.</p>
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