Baby gang, storie di violenza e disperazione
Una articolo che parla di baby gang, scritto per Gente:
Ci sono immagini che sembrano venire da lontano, dai sobborghi di Los Angeles o dalla periferia di Tijuana, in Messico. O sembrano tratte da un film, da Gomorra. Invece sono immagini vere, reali, ed è casa nostra, dietro l’angolo. Milano, Quarto Oggiaro, periferia est: quattro ragazzini tra i 12 e i 16 anni, armati come soldati di un gruppo di fuoco della ‘ndrangheta o della mafia. Ora sono nel carcere minorile Beccaria, poco lontano dal loro quartiere. L’accusa è di aver compiuto 11 rapine in pochi mesi. Potrebbe essere qualsiasi parte d’Italia, basta leggere le pagine di cronaca. A Napoli tre ragazzini, di 11, 12 e 15 anni, sono stati fermati dopo che, poco lontano dalla stazione, avevano picchiato una donna cui volevano rubare la borsa. A Bologna quattro quindicenni rapinavano coetanei in pieno centro per poi vantarsi delle loro imprese su Facebook. A Roma una banda di cinque ragazzini, tra i 14 e i 16 anni, ha massacrato a colpi di mazza da baseball un diciottenne che aveva osato rivolgere attenzioni alla ragazza di uno del gruppo. E poi Milano, di nuovo: una banda di una decina di giovanissimi ha rapinato in un solo giorno cinque ragazzi in varie vie del centro, portando via telefoni cellulari, giubbotti, iPod. Notizie così se ne trovano a decine sui giornali italiani. Raccontano le gesta gravi, spesso drammatiche, di baby gang: bande di giovanissimi che rubano, picchiano, spacciano. Non è una caratteristica solo delle gang di latinos o di giovani cinesi. Le bande di “cattivi ragazzi” sono anche, e sempre di più, italiane. Lo dimostrano i dati statistici secondo cui, negli istituti minorili, aumenta la percentuale di reclusi italiani e diminuisce quella di stranieri.
Sono giovanissimi, spesso addirittura poco più che bambini, a volte figli di pregiudicati: non vedono nel loro futuro altra possibilità se non quella di diventare a loro volta delinquenti. Crescono nel mito dei fratelli grandi, già criminali incalliti. Spiega lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro: «Sempre più precoci, questi ragazzini si comportano come se fossero grandi, soprattutto in gruppo. Quello che deve preoccupare non è la precocità fisica o psicologica, ma il numero crescente di bimbi fuori controllo dalla famiglia, dalla scuola, dalla collettività».
La famiglia a volte ha un ruolo negativo. Racconta un coordinatore del Servizio educativo per gli adolescenti in difficoltà di Milano: «L’anno scorso abbiamo avuto un minore che rischiava una pesante condanna per rapina e ricettazione, era in comunità e l’abbiamo inserito in un laboratorio di meccanica, ma la madre gli ha detto: “Ma ti svegli presto per fare tutta quella fatica? Lascia perdere, meglio dormire”. Una mamma così fa molto più danni di un gruppo».
Racconta a Gente don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano: «Questi ragazzi vengono quasi sempre da famiglie poverissime. Certo, i genitori non dicono loro di rubare, ma è come se fosse scontato, come se non ci fosse altra possibilità». E proprio negli istituti di pena questi ragazzi hanno la possibilità di scoprire mondi diversi: in questi mesi, per esempio, un gruppo di cinque ragazze, le Jam’n Dreams, porta nelle carceri minorili uno spettacolo contro il bullismo.
In Italia i reati dei baby criminali sono catalogati soprattutto come furti, ricettazioni, lesioni volontarie, spaccio di stupefacenti. Nelle gang i ragazzini si sentono più sicuri, si proteggono l’uno con l’altro. Spesso smettono di andare a scuola, si sentono odiati da tutti e per questo odiano tutti. La gang diventa la loro famiglia, ciò per cui si vive, la comunità che accoglie al di fuori di case dove spesso si respira solo sopraffazione o indifferenza. «Con i loro comportamenti, spesso violenti», continua don Gino Rigoldi, «questi ragazzi segnalano al mondo che esistono. Vogiono dare l’impressione agli altri, e l’illusione a loro stessi, di essere forti».
I piccoli “bravi ragazzi” iniziano con furti di poco conto, con aggressioni a coetanei, compiute più per attaccare qualcuno che per rubare.
«Eppure», conclude don Gino Rigoldi, «parlando con loro, anche con durezza e in maniera brusca, mettendoli di fronte alle reponsabilità, si riesce a stabilire un contatto, a farli ragionare sul futuro. Il problema è che quando escono dall’istituto per minori tornano nel deserto dei loro quartieri. Mi chiamano, chiedono aiuto. Ma a quel punto bisogna avere gli strumenti, bisogna offrire alternative concrete. E cioè un lavoro, una possibilità. Spesso non è così purtroppo. E la strada, a quel punto, è segnata».





