Il racconto di Katerina Mathas: la notte in cui Alessandro morì
Katerina Mathas racconta la notte in cui morì suo figlio. Non lo fa direttamente ma attraverso i verbali che, iniziato il processo nei confronti di Giovanni Antonio Rasero, accusato dell’omicidio del piccolo Alessandro Mathas, sono stati resi noti. Dice Katerina: «Sapevo dentro di me che era stato lui. Lo sentivo come madre, ma non potevo dimostrarlo»
Alessandro Mathas aveva solo 22 mesi, morì nella notte tra 15 e 16 marzo, ucciso di botte nel monolocale di un residence di Nervi. Durante quelle ore Katerina uscì dal monolocale dove era con il suo bambino e con Rasero. Ecco che le sue parole: «Non dovevo lasciarglielo, altre volte lo avevo lasciato da solo con Rasero… La notte dell’incidente con la Smart e poi una sera che mi allontanai per andare a prendere le sigarette. Dopo la prima volta che gli affidai Alessandro avevo notato dei segni sul volto del bambino, nella guancia sinistra e quando gli chiesi spiegazioni lui mi disse che era caduto. La sera dell’incidente con un mio amico siamo arrivati in casa di Rasero alle cinque e mezza del mattino. Al mio amico raccontai che Rasero mi aveva detto che il bimbo era caduto dal tavolo. In casa c’eravamo io, mio figlio, il mio amico e Rasero. Quest’ultimo non era contento che eravamo andati da lui. Arrivati a casa sua ci siamo fatti da mangiare e poi ci siamo messi tutti a dormire. Quando mi sono svegliata il bambino era in braccio a Rasero e piangeva. Ricordo che Rasero era nervosetto per il fatto che il bambino piangeva. Rasero a un certo punto prese la bottiglia del latte e con un gesto di stizza fece per darla in testa ad Alessandro».
Dice ancora Katerina: «Conosco Rasero da tre mesi. L’ho incontrato a casa di Calissano una mattina. L’attore mi aveva parlato di un lavoro che avrei dovuto fare insieme a lui. All’inizio ci siamo un po’ conosciuti. Poi frequentandosi è nato fra noi un flirt anche se non abbiamo mai avuto rapporti sessuali completi. Ricordo che la sera quando c’è stato l’incidente con la Smart mio figlio era con me. Nelle occasioni in cui il bambino c’era, Antonio era contento della sua presenza, ci giocava, lo prendeva in braccio. Il suo rapporto con lui è sempre stato positivo. Il signor Rasero mi parlò dei suoi figli. Mi diceva che gli mancavano tanto e che sua moglie non glieli faceva vedere. Il dialogo tra noi era ristretto, spesso se ne stava zitto sdraiato sul letto. Ho iniziato ad assumere
droghe prima di rimanere incinta. E sniffavo pure durante la gravidanza, anche perché all’inizio il mio compagno voleva che abortissi. Quando all’ospedale i medici mi dissero che forse era meglio non farlo perché il bimbo era già formato, decisi di non abortire più e a quel punto non feci più uso di droghe fino al parto. Dopo la nascita di Ale ho iniziato ogni tanto a sniffare cocaina e solo dopo il quinto mese ne ho aumentato il consumo.Il papà del bimbo l’ho conosciuto in un circolo, aveva già famiglia. Assumevo due grammi al giorno oltre all’hashish. Poi ho conosciuto un ragazzo, il mio amico di Rapallo. Anche lui faceva uso di stupefacenti come Rasero. Rasero mi sembrava un ragazzo diverso dagli altri, si presentava come una persona seria. Mi piaceva, avrei voluto avere una storia con lui».
Il racconto della notte in cui Alessandro morì: «Ale era con me, aveva mangiato a pranzo ma non a merenda. Il bambino mangiava a pranzo il minestrone o la carne, e poi faceva merenda con merendine, omogeneizzati o yogurt e alla sera cenava solo con il latte. Quattro pasti al giorno. Quella sera gli ho dato un biberon di latte. Ho usato un biberon particolare perché aveva un buco grosso nel ciuccio e io stavo attenta che non scendesse troppo forte.Prima ero già scesa a comprare 100 euro di cocaina. Poi mi sono vista con Rasero, siamo andati a Portofino. Prima di tornare a prendere Alessandro (e il resto della droga) ci siamo fermati in auto a sniffare. Subito dopo siamo andati a Genova. Dovevo prendere le mie cose, non era previsto che restassi a dormire. Durante il viaggio Ale era sveglio. Antonio lo stuzzicava, lo toccava sulla spalla con un dito e Ale rideva. Quando siamo arrivati al residence il bimbo era sveglio. Era stanco ma non piangeva. Quando siamo entrati nel monolocale ho messo subito a dormire Alessandro appoggiandolo sul divano. Mi sono sdraiata con lui per farlo addormentare. Gli ho messo una giacca sotto la testa per cuscino, l’ho avvolto con la coperta e poi, per non farlo cadere, gli ho messo accanto delle cose. Antonio, mentre facevo dormire il bambino, preparava la droga. Quando Ale si è addormentato ci siamo fatti insieme un “pippotto”. Ho chiamato uno spacciatore per un appuntamento, mi serviva altra coca. Per mezz’ora ancora sono rimasta in casa, vicino a mio figlio. Piangevo , ero triste. Nel frattempo mi ero fatta una canna».
È verso mezzanotte che Katerina Mathas esce di casa in cerca di altra coca. Torna nel residence dopo un’ora e mezza: «Quando sono entrata il bimbo era sul divano dove l’avevo lasciato. Era sotto la coperta e per me la giacca sotto la testa c’era, altrimenti me ne sarei accorta. Non mi sono messa vicino al bimbo, non mi sono seduta sul divano».
Quando torna Katerina scambia sms con un suo amico di Rapallo. Scrive a un certo punto di essere addormentata ad Alessandro: «Era una bugia per placare la gelosia del mio amico. Volevo fargli pensare che non ero con Rasero. Anche Rasero quella sera è uscito per prendere le sigarette. Nel frattempo io scrivevo al telefono. Appena entrata ho chiesto subito Ale come stava e poi ho preparato la coca. Quando Rasero è tornato io ero al telefono col mio amico di Rapallo che mi accusava di non avere il bimbo con me. A quel punto ho spento il cellulare imprecando e Rasero ha iniziato un approccio sessuale senza riuscirci. Gli dissi che non avevo voglia. La tv quando lasciai la casa era accesa senza volume, quando tornai era spenta e lui la riaccese quando io ero già a letto. Poi mi sono addormentata per risvegliarmi alle 11 con Rasero che mi diceva di alzarmi perché il bambino non si muoveva. Sono corsa al divano, ho preso in braccio il bambino, ho visto che era pieno di macchie rosse, aveva le labbra viola e non dava segni di vita. Non capivo cosa stava succedendo. Mi sono vestita velocemente, ho preso la mia roba e siamo usciti di casa per andare all’ospedale. Il bambino era avvolto nella coperta».
La terribile conclusione: «Durante il tragitto lo tenevo in braccio, non dava cenni di movimento. Rasero continuava a dirmi di non dire che eravamo stati a casa sua. Ricordo solo che all’entrata dell’ospedale vidi un’infermiera che stava fumando una sigaretta e le chiesi di vedere subito il bambino. Le dissi “non dovevo lasciarglielo”. Sapevo dentro di me che era stato lui. Ma non potevo dimostrarlo».
Giovanni Antonio Rasero è processato per omicidio. L’accusa per Katerina è abbandono di minore aggravato dalla morte.






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