Gli errori di Amanda Knox e della sua famiglia

29.08.2010
By Stefano Nazzi

L’ho detto più volte in questo blog: credo che Amanda Knox sia innocente. E ho la stessa convinzione per quanto riguarda Raffaele Sollecito. Credo che Rudy Guede sia colpevole. Che sia stato lui, forse con un complice non individuato, a ucidere Meredith Kercher nella notte tra 1 e 2 novembre 2007. Credo che Amanda e Raffaele siano stati, per dirlo con una frase banale ma esatta, le persone sbagliate, nel posto sbagliato, al momento sbagliato. La giuria l’ha pensata diversamente. Amanda deve scontare 26 anni, Raffaele 25. Il processo d’appello, a novembre, forse metterà in luce aspetti fin qui probabilmente un po’ troppo trascurati. Però.

Però c’è qualcosa che non capisco e ormai non mi va proptio giù. Ed è il tentativo della famiglia di Amanda di far apparire la ragazza come una specie di santa, come la persona più buona sulla faccia della terra. Certo, è vero: all’inizio Amanda è stata raccontata dai giornali italiani come una vedova nera, una mangiatrice di uomini capace di qualisiasi cinismo. Amanda non è così, ovviamente. Ma non è nemmeno lo spirito candido raccontato in maniera naive dalal sua famiglia. Conosco la famiglia di Amanda: sono brave persone, distrutte da questa vicenda, psicologiacmente ma anche materialmente (i viaggi continui tra Seattle e Perugia, le lunghe pause dal lavoro). Forse sono mal consigliati. La verità l’ha probabilmente scritta una giornalista americana Barbie Latza Nadeau, “Angel face” in cui descrive la studentessa di Seattle per quello che è: una ventenne americana venuta a studiare a Perugia. Che imparara, è brava a scuola, vuole laurearsi e nel frattempo, come tutti gli studenti del mondo, cerca pure di divertirsi. Che piace ai ragazzi e a cui i riagazzi piacciono. Che ogni tanto, come milioni di altri studenti in giro per il mondo, si fa qualche canna. Questa è Amanda Knox. Né demone né santa. Normale.

Il libro di Barbie Latza Nadeau non è piaciuto alla famiglia di Amanda. L’immagine della ragazza deve essere per loro solo agiografica, santificata. Come se questo potesse influenzare davvero una giuria. Ora hanno permeso la pubblicazione di un libro che evidentemente giudicano più corretto: “Io non vengo con te – colloqui in carcere con Amanda Knox”. L’ha scritto un deputato del Popolo della liberà (i parlamentari hanno acceso quando vogliono in tutte le carceri) che si chiama Rocco Girlanda ed è tra l’altro presidente dell’associazione Italia-Usa. Dice Girlanda: “Racconto una Amanda inedita e profonda che si racconta attraverso la sofferenza quotidiana del carcere, una persona completamente diversa dall’immagine mediatica distorta che i media le hanno cucito addosso”. E poi: “Sogna di adottare dei bambini e di diventare una scrittrice”.

Mah. Chissà chi ha deciso questa strategia. Meglio, molto meglio il silenzio scelto da Raffaele Sollecito piuttosto che affidarsi a uno scrittore improvvisato, politico di professione. E quindi, tra l’altro, appartenenete a uno schieramento che non ha mai fatto mistero di considerare i magistrati (o almeno una parte dei magistrati), un male da curare.

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