Qualcuno va in gita a vedere la casa di Pietro Maso (e poi via Poma, Garlasco…)
Sul Corriere Veneto di oggi c’è un signore che si lamenta molto perché è pieno di gente che il sabato e la domenica va fuori dalla sua casa a fare fotografie. Le macchine si fermano, gli occupanti scendono e iniziano a scattare. Il signore che si lamenta abita a Montecchia di Crosara, in Veneto. E la sua casa, quella che s’è comprato un po’ di anni fa, è la casa dove, nel 1991, Pietro Maso, con tre amici del bar, uccise i suoi genitori. Era il 17 aprile 1991, quella sera Pietro Maso, allora ventenne, con Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato, attese i genitori nascosto in casa e li uccise a colpi di spranga e di bastone. Usarono anche una padella. Il movente? Il denaro, ovviamente. Maso e gli amici volevano fare la bella vita. Qualcuno ricorda che dopo l’omicidio i quattro ragazzi scesero in cantina a festeggiare: misero musica dance e iniziarono a ballare.
Qualche anno dopo la casa dove avvenne l’omicidio fu comprata da Michele Grassi che divise la villetta in due, ricavandone due appartamenti. Tutto è andato bene fino a poco tempo fa quando un paio di siti Internet hanno creato pagine con quello che chiamano il tour dell’orrore. Ci sono gli indirizzi della casa di Maso, via Poma a Roma, dove venne uccisa Simonetta Cesaroni, la villletta di Garlasco dove è stata assassinata Chiara Poggi e così via.
Ciò che colpisce di più è che la gente ci va davvero fuori da queste case. Mi ricordo che dopo il delitto di Erba, inviato dal giornale, trovai, all’esterno della casa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, un sacco di gente. Le auto si fermavano e chi era a bordo chiedeva: «È questa la casa della strage?». C’erano anche famiglie con bambini.






Fa specie ma, in fondo, c’è da aspettarselo. La tv è un grande calderone di fiction e realtà: molto spesso si rischia di vedere entrambe dalla stessa prospettiva. Si seguono gli sviluppi dei processi come se fossero puntate di reality show: ognuno ha la sua opinione su chi è vero e chi è falso. A furia di vedere i loro visi, gli imputati diventano familiari, personaggi in cui ci si può anche identificare. Semplicemente, diventano popolari. Non mi stupisce, quindi, che possano succedere queste cose.