Omicidio della testa mozzata: altro che raptus
I giudici non credono proprio alla storia raccontata da Alberto Arrighi. Altro che raptus. Il delitto della testa mozzata, secondo loro, è stato programmato e studiato con cura. Lo hanno spiegato bene nelle motivazioni di rigetto della richiesta di libertà per il suocero di Arrighi, Emanuele La Rosa, quello che, per intenderci, mise la testa di Giacomo Brambilla su una teglia e la infilò nel forno della sua pizzeria. Insomma per i giudici del tribunale del riesame di Milano, Alberto Arrighi, il 1° febbraio, arrivò nella sua armeria di Como con l’intento preciso di uccidere Brambilla. Lo indicherebbero quattro punti: 1) due ore prima dell’omicidio Arrighi spostò verso il pavimento la telecamera del negozio che poi riprese gli spari; 2) le prove di tiro fatte all’interno dell’armeria con un movimento simile a quello poi fatto al momento dell’omicidio; 3) l’asssenza di qualsiasi discussione o collutazione tra i due; 4) la comparsa, dopo l’omicidio, di due sacchi neri della spazzatura già tagliati e uniti con nastro adesivo, pronti quindi per avvolgere il corpo. Sotto questa luce, anche il ruolo del suocero potrebbe essere diverso. Forse, pensano i giudici, era informato da Arrighi delle sue intenzioni.
C’è poi un altra storia, collegata, che è piuttosto oscura. I parenti di Brambilla hanno fatto e rifatto i conti. Secondo loro Giacomo aveva a disposizione in quei giorni un milione e mezzo di euro in contanti che mancherebbero all’appello. Dove sono finiti?





