Emanuela Orlandi: l’ultima verità di Alì Agca

02.02.2010
By Stefano Nazzi

Alì Agca ha detto alla famiglia che Emanuela Orlandi è viva. Che è da qualche parte in Europa. Prigioniera o no? Non si è capito.
È una storia infinita che dura dal giugno del 1983, quando Emanuela fu rapita. Da allora si sono seguite mille piste, mille volte si è detto Emanuela è viva, Emanuela è morta. È in Turchia. È in Amaerica. No non si è mai mossa da Roma
La verità probabilmente è che Emanuela Orlandi fu uccisa pochi giorni dopo essere stata rapita. E che a rapirla e assassinarla fu la banda della Magliana che voleva lanciare un segnale ai vertici del Vaticano.
Ecco che cosa mi disse alcuni mesi Natalina, la sorella di Emanuela:

Sono passati 26 anni. Un quarto di secolo, una vita. Non sono bastati a capire che cosa sia successo a Emanuela Orlandi. Emanuela aveva 15 anni quando scomparve, il 22 giugno 1983. Uscì dalla scuola di musica, a Roma, in piazza Sant’Apollinare, che erano le sette di sera: telefonò a casa da una cabina pubblica, raccontò a sua sorella Federica che, poche ore prima, uno sconosciuto a bordo di una grossa Bmw verde l’aveva fermata, offrendole un lavoro di volantinaggio per l’azienda cosmetica Avon. Era tranquilla, allegra. Salutò e disse: «Arrivo tra poco». Non arrivò più.

Iniziò un mistero fitto e angosciante che da casa Orlandi, nella Città del Vaticano, dove il papà Ercole lavorava come commesso alla Prefettura della Casa Pontificia, portò lontano, fino alla Turchia, e poi indiimages-3.jpgetro, nel centro del potere romano. Il profondo buco nero in cui cadde la storia di Emanuela non si è mai più riaperto. «Cominciarono angoscia e offerenza», dice parlando con calma la sorella Natalina, «e non crediate che passino. Non passano nemmeno dopo 25 anni». Natalina ricorda la confusione di quelle prime ore: «Noi sapevamo che non poteva essere sparita volontariamente, non era possibile. Né che potesse essere stata sequestrata per denaro. Ma allora perché?». Perché? Chi ha preso Emanuela? La sua foto, quella foto sorridente, la fascia nera in testa, la scritta grande come un urlo di disperazione SCOMPARSA, finì sui muri di Roma e dell’Italia intera. «Arrivarono le telefonate degli sciacalli, ascoltavamo tutto, divenne, per mio papà e mia mamma, una malattia», dice Natalina.

«Papà è morto nel 2004, entrò in ospedale per operarsi al cuore, non aveva paura: la sua sola preoccupazione era quella di non esserci, di non essere lucido se fossero arrivate notizie di Emanuela». In questi 25 anni il nome di Emanuela Orlandi è riemerso dal buio per essere accostato a quello delle tragedie e dei misteri della storia italiana: il centro vuoto di tanti segreti. Il 5 luglio 1983, pochi giorni dopo il rapimento, squillò il telefono nella sala stampa del Vaticano. Un uomo con un forte accento straniero disse che lui e il suo gruppo avevano rapito Emanuela, l’avrebbero liberata solo se papa Wojtyla avesse convinto le autorità italiane a lasciare andare Mehmet Alì Agca, l’uomo che il 13 maggio 1981 aveva sparato al papa in piazza San Pietro. Seguirono altre 15 chiamate, nell’ultimo messaggio lo sconosciuto disse di chiamare a nome dei Lupi grigi, l’organizzazione di estrema destra turca cui apparteneva Agca. Spiegò che, oltre a Manuela, lui e i suoi uomini avevano rapito un’altra ragazza, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, sparita a Roma un mese prima di Emanuela e di cui ancora oggi non si sa nulla. La pista turca sparì, riemerse, sparì ancora.
Dice Natalina: «Un giorno mio figlio piccolo mi chiese: “Perché non vai a cercare la zia in Turchia?”. Già, ma dove?». Per la famiglia Orlandi nessuna pista è mai statada scartare. Dice Natalina: «È tutto vero e tutto finto. Tutto può essere possibile». Nel 2005 si aprì un’altra strada che portava lontano dalla Turchia e puntava nel centro di Roma. Alla trasmissione Chi l’ha visto arrivò una telefonata: «Per trovare la soluzione al caso Orlandi guardate chi è sepolto a Sant’Apollinare». Nella chiesa di Sant’Apollinare, in pieno territorio vaticano, a pochi metri dalla scuola di musica frequentata da Emanuela, sono sepolti i grandi della Chiesa. Ma in una cripta c’è anche il sepolcro di Renatino De Pedis, uno dei capi della crudele banda della Magliana. Il più ricco, il più abile. Perché è stato sepolto lì? A intercedere per lui fu il cardinale Ugo Poletti, vicario generale della diocesi di Roma. Per le sue attività filantropiche, venne detto.

Pentiti della banda della Magliana hanno intrecciato il nome di Emanuela con il caso Calvi, il banchiere trovato morto impiccato al ponte dei Frati Neri di Londra, nel luglio del 1982. E ancora, un altro nome fu fatto insistentemente: quello di monsignor Paul Marcinkus, potentissimo capo dello Ior, la banca vaticana, coinvolto nello scandalo Sindona. Marcinkus è morto due anni fa, come il cardinale Poletti, scomparso nel ’97. Renato de Pedis fu ucciso nel ’90 e sono morti tanti altri protagonisti di questa storia. Alì Agca, liberato dalle carceri italiane, oggi è in una prigione turca.

Ed Emanuela? Se è viva, se è da qualche parte, il 14 gennaio scorso ha compiuto 41 anni. Ma forse Emanuela non c’è più da tanti anni. Forse non lo sapremo mai. Quell’angoscia di cui parla la sorella Natalina forse è destinata a bruciare per sempre. Non si placherà mai.

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One Response to “ Emanuela Orlandi: l’ultima verità di Alì Agca ”

  1. [...] detti lui e l’uomo che si presentava con la sigla 158? Che cosa fu chiesto per il rilascio di Emanuela Orlandi? Che documenti ha il Vaticano che ancora non vuole rivelare? Qualcuno prima o poi si deciderà a [...]

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